Copertina del disco Sony Classical che edita il Concerto di Capodanno 2025 con i Wiener Philharmoniker diretti da Riccardo Muti

Sony Classical edita nel consueto tempo da record il Concerto dedicato alla famiglia Strauss e alle musiche da ballo viennesi diretto per la settima volta dal grande direttore italiano.

Non abbiamo assistito alle trasmissioni in diretta del Concerto di Capodanno viennese di quest’anno, nè successivamente negli streaming on-demand, non per snobismo, ma perchè non ne abbiamo avuto occasione.

Eravamo però interessati all’approccio di RIccardo Muti con questo repertorio alla luce delle sue apparizioni in concerto e in teatro che, negli ultimi anni, avevamo vivamente apprezzato.

Prima di commentare l’ascolto di questa registrazione dobbiamo senz’altro rilevare quanto sia necessaria una valutazione critica dell’opera di questo interprete, in attività da circa sessant’anni, e che ha conosciuto decenni di apprezzamenti incontrastati, soprattutto quando era in carica come direttore musicale a Firenze e Milano, mentre ora è di moda, non tanto di parlarne male, quanto di ignorarlo. L’esito è la mancanza di una riflessione su una figura che, si pensi quello che si vuole, è di importanza capitale nella storia dell’interpretazione orchestrale.

Riccardo Muti nella storia è, coloro che rifiutano di parlarne no. Il discrimine è questo.

Veniamo prima di tutto all’aspetto tecnico della registrazione: nonostante un editing sicuramente rapido, è perfetta, perchè restituisce l’ambienza e l’acustica della Grande Sala degli Amici della Musica, con pregi e difetti. Gli applausi sono tutti tagliati (come avvenuto anche in altre occasioni), è salvato l’augurio del Maestro in italiano. Il cofanetto asserisce essere un “live” solo dell’esecuzione dell’1/1, senza innesti delle serate precedenti. Belle note di copertina, approfondite, di Silvia Kargl e Friedemann Pestell, che meritano un approfondimento. La prima lavora presso l’archivio storico dei Wiener Philharmoniker ed è una storica del Ballo oltre che dell’orchestra; il secondo è uno storico e insegna Storia dell’Europa Moderna all’Universtià di Friburgo e sta completando un volume storico delle tournée orchestrali del XX secolo.

Le note su un “booklet” di cd sono spesso di carattere generale e quelle editate nei decenni per i Concerti di Capodanno viennesi erano tendenzialmente generiche e risapute. Queste, invece, hanno fatto risuonare un campanellino nella testa di chi scrive, perchè molto approfondite e soprattutto mirate a contestualizzare ogni singolo brano nel programma al periodo storico e all’occasione sociale per la quale fu composta. Scopriamo così chi erano i “Demolierer” della polka-mazurka, le assonanze tra la “Freiheits-Marsch” e la “Radetsky-Marsch” (una che celebra la libertà, l’altra, paradossalmente, la sconfitta di un anelito di libertà) e perché Josef Strauss compose un valzer chiamato “Actionen” divenute poi “Trans-Actionen” dopo una importante crisi per motivi di salute. E via discorrendo.

Le note, insomma, tendono a considerare il ballabile un accidente, la cui causa è qualcosa di più profondo, serio, che ha a che fare con la società, l’uomo, la libertà, la guerra.

Del tutto casualmente, ma dato che al caso non crediamo diremmo necessariamente, il Maestro Riccardo Muti nella direzione di questo Concerto di Capodanno segue lo stesso stilema: i valzer, le marce, le polke presentate non sono cose fatue, o musica di accompagnamento o folcloristica. Sono, attraverso il suo atto interpretativo, poemi, la cui epica è l’ Europa del XIX Secolo colata nelle note composte da musicisti di musica da ballo. Ma in quelle note è racchiusa una narrazione storica.

Riccardo Muti non è stato l’unico interprete a considerare le musiche degli Strauss (e compagni) poemi, anche se a memoria ne ricordiamo solo uno, ma sicuramente è l’unico nelle cui esecuzioni, qui riferite, viene quasi completamente alienata la dimensione della danza, del ballo, del caffè viennese. In queste esecuzioni il 3/4 non nasce per essere il motore di un vortice di coppie, ma per raccontare un storia, sia essa quella dei “Demolierer” o quella di una crisi di depressione nell’ andare oltre (“trans”) semplici “Actionen”, o delle macchine di “Accelerationen” o marce che festeggiano tributi di sangue (Radetsky) in nome della libertà di altri (Freiheits) e così via.

L’effetto è sbigottente e straniante: le introduzioni ai valzer, sovente lentissime, vengono caricate di aspettativa fremente che sfocia in melodie estenuate, spesso tendente ad annullare scansione metrica, caricando più il melos della frase invece del ritmo: gli anticipi vengono preparati almeno due battute prima, i ritardandi scivolano intensamente estenuati, ma sempre densi di canto, il fraseggio è mobile, curatissimo nel dettaglio timbrico e dell’architettura. Il suono delle percussioni, soprattutto di timpani, tamburi e piatti è cesellato oltre ogni immaginazione (solo per i piatti della Zigeunerbaron-Ouverture ci saranno dieci colori differenti per ogni grado dinamico, e così per gran parte dei brani). E soprattutto il timbro: sontuoso, ricco, profondo nei bassi e con la tipica luce chiara negli alti, segnatamente i violini, “marchio di fabbrica” sia di Muti che dei Wiener.

Uno Strauss idiomatico? Diremmo senz’altro di no. Uno Strauss rivelatorio? Diremmo senz’altro di sì.


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