Orchestra Sinfonica di Roma e Napoli della Rai-Soprano Ana Pusar-Musiche di Ciaikovskij e Shostakovich-The Legacy of Vladimir Delman (2864) The Legacy of Vladimir Delman – YouTube , VLADIMIR DELMAN The Last Concert
La storia, per essere tale, necessita di tempo e documenti. Prima di oggi dell’arte di Vladimir Delman restavano pochissime testimonianze discografiche e qualche sparuta registrazione solo audio di carattere amatoriale riversata su “Youtube” da appassionati volonterosi.
Ufficialmente esistevano l’integrale delle sinfonie di Ciaikovskij con l’Orchestra del Teatro Regio di Torino, pubblicazione Fonit-Cetra con gravi mende sia esecutive (quel disastroso editing che lasciò passare un’orrenda stecca delle trombe nella fanfara iniziale della Quarta Sinfonia grida ancora vendetta al cospetto di Dio!) che di ripresa sonora, un’altra integrale delle stesse sinfonie in audio/video con orchestre giovanili varie prodotte dalla RAI di ottima fattura e una sensazionale Nona di Bruckner registrata al Conservatorio di Milano, in sala Verdi, con la OSER, vertice sommo della storia esecutiva di questo brano e unica per il senso di definitivo, intimo commiato, profumato come lo svanire dell’essenza di un fiore nel suo lento appassire. Poi una superba e lodatissima da pubblico e critica “Iolanta” registrata dal vivo a Milano e pubblicata da Ricordi e due remoti documenti anni settanta, uno Melodija con estratti dall’Onegin risalente al periodo russo del direttore d’orchestra e il “Voce” che riprendeva la registrazione dal vivo del “Temistocle” di Johann Christian Bach a Napoli.
Null’altro oltre a questo, pur esistendo negli archivi dei teatri e soprattutto della RAI, una quantità enorme di registrazioni, in massima parte dal vivo, ché Delman l’ultimo quarto di secolo di vita lo trascorse in Italia e alla guida di grandi istituzioni musicali (RAI a Milano e Torino, Regio di Torino, Comunale di Bologna, Carlo Felice di Genova).
Ciononostante gli appassionati e anche gran parte del mondo musicale consideravano Delman un autentico genio , le cui interpretazioni erano caratterizzate da personalità e musicalità eccezionali.
Con la sua morte il retaggio della sua arte sembrava così destinato all’oblio, relegato ai ricordi sempre più sbiaditi di chi assistette ai suoi concerti o alle sue direzioni d’opera, privato di qualsiasi possibilità di entrare nella possibilità di essere conosciuto da un pubblico più vasto e, in definitiva, di entrare nella storia.
Circa un anno fa, però, è comparso su Youtube un canale dedicato alla “legacy”, all’eredità artistica di Vladimir Delman. Non conosciamo l’artefice dell’opera, nè l’origine dei documenti sonori (“relics” vengono definiti: reliquie, cimeli) in esso contenuti. Sappiamo, per dichiarazione artistica del canale stesso, che le fonti sono di due tipi: registrazioni dal vivo in sala, con qualche difetto nei dettagli sonori, ma di grande fedeltà dinamica e di profondità di suono e registrazioni radiofoniche da radio o filodiffusione, più dettagliate ma meno ricche di dinamica in quanto compresse.
Possiamo però dire che gran parte del repertorio sinfonico di Delman sia documentato e, se il canale continuerà ad arricchirsi anche con le opere, avremo quasi la sua testimonianza artistica completa.
Abbiamo scelto di commentare l’ultimo concerto di Vladimir Delman per qualche ragione: innanzi tutto perchè non eravamo presenti, fatto realmente raro per l’epoca perchè assistevamo quasi ad ogni concerto del maestro ed era raro mancare un appuntamento, Non essendo stati presenti in sala non avevamo alcuna memoria che potesse influenzare la nostra percezione e, quindi, lo abbiamo ascoltato, più volte, con “orecchie vergini”.
Poi non avevamo mai ascoltato sotto la sua direzione la Nona di Shostakovich (doveva darla a Milano qualche mese prima con la RAI, ma il concerto fu annullato) e ci interessava moltissimo la sua idea interpretativa del pezzo.
Per contrasto, proseguendo, la prima parte del programma, la cosiddetta “Scena della lettera” dall’Onegin di Ciaikovskij, era da anni un cavallo di battaglia che il maestro riproponeva spesso, sempre con Ana Pusar, e il fatto che, per caso o necessità, fosse presente nel suo congedo finale dall’arte e dal pubblico, ci commuoveva.
Infine il fatto che il concerto sia stato l’ultimo, il sigillo definitivo della sua arte, poteva essere l’occasione, come in realtà effettivamente è, di esprimere una riflessione compiuta sull’importanza storica e artistica di questo grande musicista.
Il concerto del 28 maggio 1994, pubblicato nel canale, è stato effettivamente l’ultimo programma portato in pubblico da Vladimir Delman, ma non l’ultima sua esecuzione musicale, perchè il giorno seguente, il 29, ci fu una replica. La fonte sonora è derivata da una trasmissione crediamo radiofonica in onde medie per qualità di ricezione dato che sono presenti gli annunci consueti RAI e gli applausi. La qualità audio è buona, nonostante la compressione dei file su YouTube e rende giustizia al suono omogeneo, leggero e propenso all’intimizzazione del direttore.
La prima parte è composta dalla “Scena della Lettera”, ma in realtà Delman esegue l’intero quadro II del primo atto dell’Onegin, che comprende la scena 8 “Introduzione e Scena con Njanja”, la scena 9 “Scena della lettera” e la scena 10 “Scena e Duetto” che si conclude con Tatjana sola, persa nei suoi pensieri con la “testa fra le mani” con il tema della supplica d’amore e il morendo degli archi con i pizzicati.
Fermo restando che stiamo parlando di uno dei più grandi interpreti di Ciaikovskij della storia documentata dell’esecuzione musicale, quello che ci preme raccontare qui è il teatro musicale che Delman crea tramite i suoni della sua orchestra e del canto e che, attraverso cavi e diffusori, è in grado di ripresentarsi nella nostra mente qui e adesso a distanza di oltre trent’anni. A nostra memoria, in una vita di ascolti, molto raramente, sia dal vivo che in disco, è dato che la capacità tecnica sul suono e sulla metrica sia in grado di rappresentare visivamente non solo l’anima del personaggio, i suoi aneliti, i suoi turbamenti, ma anche le sue azioni su un palcoscenico immaginario tali da poter essere visualizzate nella mente.
Vedere con le orecchie, questo fa accadere Delman in queste tre scene dell’Onegin. Ma come lo fa? Tentiamo di spiegarlo. Innanzitutto tramite un dominio della dinamica orchestrale assoluto: l’orchestra di Delman è fedelissima al dettato della partitura. Solo in un paio di punti Ciaikovskij in queste tre scene prescrive un ff, per il resto la dinamica sta tra il pianissimo e il mezzoforte. Il punto è che Delman è in grado di controllare lo stesso pianissimo in un’infinità di sfumature diverse e per ogni sfumatura un colore e per ogni colore un’inflessione. Questo gioco sulla dinamica si traduce ritmicamente in un rubato continuo che spinge l’azione del personaggio, in questo caso Tatjana. Rubato che in Delman è abbastanza accentuato, ma che non diviene mai rallentando o accelerando, la scansione del tempo resta rigorosa nella battuta, ma fluttua.
Inoltre un altro “trucco” dello smisurato arsenale sonoro di Delman è che tenendo la dinamica sempre controllata, diremmo anche delicata, obbliga l’ascoltatore a raffinare l’ascolto. E’ nota l’idiosincrasia del direttore per i volumi “sparati”, soprattutto degli ottoni, e la sua propensione per le sfumature, per i legati, per i suoni appena percettibili con cui raffinava e situazioni drammaturgiche, tanto che anche nei concerti dal vivo pretendeva e sceglieva un’amplificazione ridotta.
Ne abbiamo cospicui esempi anche in questo quadro: nel “Moderato quasi Andante” che contrassegna l’inizio della stesura della lettera gli archi con viole, violini secondi e violini primi imitano in piano il battito cardiaco della donna nell’atto di scrivere, con crome e semicrome legate (la-re), sembra di vedere la mano che trema, su cui si staglia la franta frase dell’oboe (do# re mi fa sol la re la) in piano a cui risponde, sempre in piano il primo flauto (la-mi), poi il clarinetto in quinta discendente (si-mi), poi il corno, sempre in piano e in quinta discendente (mi-la). E a quel punto c’è il rintocco dell’arpa in mezzoforte con due triadi minori, re-fa-la, sulle due ottave contigue. Quei due accordi, pur in una dinamica assottigliata, risaltano come e più se fosse in forte, perchè donano un’increspatura sonora o poco più, ma l’effetto è quello di un’extrasistole su un battito cardiaco regolare.
Tatjana vibra d’amore, tutta l’aria attorno a lei vibra insieme a lei, ma quest’amore è qualcosa che può trafiggere, come lo stilo nelle sue mani fa sulla carta da lettera: a ogni re-fa-la dell’arpa una frase scritta si chiude e noi vediamo Tatjana, vediamo la sua mano fermarsi mentre ancora vibra, la vediamo pensare alla frase successiva. Questo è per noi il teatro in musica, ossia la capacità della musica di farsi teatro quando un interprete musicale è in grado di farlo.
Di esempi ne potremmo fare quanti ne vogliamo, con partitura alla mano e orecchie all’ascolto, ma uno non tralasciabile è quanto Delman fa accadere alla conclusione della scena nona: dopo il re appena sussurrato dagli archi che chiude la scena della lettera, entrano i due fagotti, poi rinforzati dai corni in pianissimo e da un tremolo degli archi che dal pianissimo arriva al fortissimo per terminare con i grandiosi arpeggi dell’arpa: è il progressivo ingresso della luce dell’alba dalla finestra della stanza di Tatiana, che è stata sveglia tutta notte. In questo crescendo calibratissimo c’è tutta la capacità di Delman di descrivere il passaggio dall’oscurità più morbida di una notte tristaniana alla luce calda del sorgere del sole in primavera. Si tratta di un dozzina di battute o poco più, ma se dovessimo scegliere un momento che descriva insieme la poesia, la tecnica, la dinamica, il flusso dell’agogica, il suono creato da Vladimir Delman sceglieremmo questi brevi secondi di musica privi di melodia e colmi di radiosità.
Resta da dire su Ana Pusar, il soprano “di” Delman e soprattutto la Tatjana che spesso ha voluto sia in scena che in concerto: semplicemente è l’emanazione in canto delle intenzioni del direttore, linea salda, buona intonazione e soprattutto la capacità di disegnare esattamente tutti i palpiti e le emozioni della protagonista assecondando sempre l’orchestra, che suggerisce tutto e non copre mai.
E resta da dire, naturalmente, qualcosa sulla Nona di Shostakovich: un monumento tragico. Quasi assente ogni dimensione gioiosa e ironica che, quando evidenziata, tracima nel grottesco. Delman la interpreta come capitolo finale di una ipotetica trilogia, dopo Settima e Ottava. Una guerra, ancora non conclusa che ha solo cambiato aspetto. I tempi più mossi sono sensibilmente rallentati, le marce da scherzose diventano opprimenti, i galop prigioni feroci nel loro lento cadenzare. Nel mezzo due tempi lenti colmi di compianto e angoscia. Da meditare in più ascolti.
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