Un documento sonoro che è metafisica spirituale
Vi sono incisioni discografiche che trascendono la loro natura di mera documentazione per assurgere al rango di evento metafisico, di testamento spirituale irripetibile. Esse non si limitano a riprodurre una partitura; ne incarnano l’anima più recondita, quella che giace tra le note, negli spazi bianchi del pentagramma, nelle corone che sospendono il tempo.
La registrazione de Das Lied von der Erde di Gustav Mahler, consegnata ai microsolchi della Decca nel maggio del 1952 con i Wiener Philharmoniker diretti da Bruno Walter e le voci di Kathleen Ferrier e Julius Patzak, appartiene a questa categoria siderale. Non è un’interpretazione; è una confessione, la cui genesi stessa è un romanzo di destini incrociati e volontà inflessibili.
Il preludio a questo rito fu, infatti, squisitamente terreno. Il progetto non nacque in seno alla Decca, ma fu il frutto di un’audace incursione del suo giovane e ambizioso produttore, John Culshaw. Questi, saputo che il rivale storico Walter Legge della Columbia/EMI stava pianificando l’incisione con gli stessi artisti, volò a Vienna e scoprì che, per un cavillo contrattuale, Bruno Walter era libero da vincoli per questa specifica opera. Con una mossa che irritò profondamente Legge, Culshaw mise sotto contratto il direttore, assicurando alla Decca un’eredità che la Columbia credeva sua di diritto.
Il “cavillo” che rese libero Bruno Walter di registrare Das Lied von der Erde per la Decca fu una clausola specifica, e piuttosto sottile, del suo contratto di esclusiva. La dinamica, narrata anche dal produttore John Culshaw nelle sue memorie, è un piccolo capolavoro di strategia discografica i cui dettagli nascono dal fatto che Bruno Walter aveva un contratto in esclusiva con la Columbia Records americana che distribuiva in Europa le incisioni tramite la consociata Columbia inglese, gestita da Walter Legge.
L’esclusiva di Walter però era riferita esclusivamente a registrazioni di “musica orchestrale” e non si applicava alle opere vocali registrate in Europa nelle quali il maestro agiva in veste di accompagnatore o direttore. Questo permise a John Culshaw di intervenire appena seppe che Legge stava organizzando la registrazione e, proponendo un’offerta a Walter più vantaggiosa in quanto “artista libero” in quella parte di Europa per registrazioni vocali accompagnate (a cui l’opera di Mahler si poteta riferire), se ne assicurò l’adesione. Fu così che la Decca si assicurò una delle registrazioni più importanti del XX secolo.
Fu il primo segno di un destino che voleva che quelle forze, e solo quelle, convergessero in quel preciso momento.
La scelta dei solisti per la registrazione Decca del 1952 de Das Lied von der Erde non fu affatto casuale, ma il risultato di un profondo legame artistico da un lato e di un’irremovibile visione interpretativa dall’altro. A tenere le fila fu quasi interamente il direttore, Bruno Walter, la cui autorità su quest’opera era indiscussa e assoluta, avendone curato e diretto la prima esecuzione a Monaco di Baviera il 20 novembre 1911.
Kathleen Ferrier: La Voce dell’Anima
La scelta di Kathleen Ferrier fu la più semplice e, in un certo senso, obbligata. Il legame tra lei e Bruno Walter era profondo e quasi mistico. Si erano incontrati per la prima volta al Festival di Edimburgo del 1947, dove eseguirono proprio Das Lied von der Erde. Quell’esecuzione segnò l’inizio di una collaborazione artistica di rara intensità.
Walter vide subito nella voce di contralto della Ferrier non solo una bellezza timbrica eccezionale, ma un’umanità e una profondità spirituale che la rendevano, ai suoi occhi, l’interprete ideale per il messaggio di addio e trascendenza di Mahler.
Ammirava la sua capacità di comunicare il dolore senza sentimentalismo e la speranza senza retorica. La Ferrier, a sua volta, nutriva per Walter una venerazione totale, considerandolo il suo mentore mahleriano.
Quando la Decca, dopo l’audace mossa contrattuale di John Culshaw, si assicurò Walter per il progetto, non ci fu mai alcun dubbio su chi avrebbe cantato la parte del contralto. Per Walter, Kathleen Ferrier era la voce di “Der Abschied”. La sua presenza era la condizione stessa perché la registrazione si facesse.
Nonostante la sua salute già declinante, la sua partecipazione fu considerata un pilastro irrinunciabile del progetto, un fatto che aggiunse un ulteriore, tragico strato di urgenza e autenticità all’evento.
Julius Patzak: La Scelta dell’Intelligenza sulla Potenza
La scelta del tenore fu più complessa e rivela molto della visione artistica di Bruno Walter. La Decca e il suo produttore John Culshaw avrebbero probabilmente preferito un tenore dal timbro più eroico e potente, secondo i canoni dell’epoca, come ad esempio lo svedese Set Svanholm (che aveva già cantato l’opera con Walter in altre occasioni).
Una voce più robusta sembrava più adatta a reggere l’urto della massiccia orchestrazione mahleriana, specialmente nel primo, terribile brano, Das Trinklied vom Jammer der Erde.
Tuttavia, Bruno Walter fu irremovibile e impose la sua scelta: Julius Patzak.
Le ragioni di Walter non erano di natura puramente vocale, ma squisitamente interpretative e culturali. Egli cercava:
- Intelligenza del Testo: Patzak era rinomato per la sua dizione scolpita e la sua profonda comprensione del testo. Per Walter, le canzoni del tenore non erano solo sfoggi vocali, ma ritratti psicologici di disperazione, ironia e nostalgia. Patzak, con la sua sensibilità da liederista, poteva restituire ogni sfumatura di significato.
- Timbro Viennese: Patzak possedeva un timbro inconfondibilmente viennese, leggermente asciutto e nervoso. Questo suono, lontano dalla levigatezza internazionale, era per Walter perfetto per incarnare il carattere del poeta disilluso, l’intellettuale che affoga nell’alcol la sua angoscia esistenziale. Era un colore più autentico, più “mahleriano” nella sua nevrosi.
- Primato dell’Espressione: Walter sacrificò deliberatamente la pura potenza sonora in favore della profondità espressiva. Sapeva che Patzak avrebbe potuto sembrare a tratti al limite delle sue forze contro l’orchestra, ma credeva che proprio questa lotta, questo sforzo, avrebbe reso ancora più palpabile il dramma del personaggio.
In sintesi, la scelta dei solisti fu un manifesto della visione di Bruno Walter: da un lato, l’anima universale e la voce del cuore di Kathleen Ferrier, con cui esisteva un’affinità elettiva; dall’altro, l’intelligenza testuale e il colore locale di Julius Patzak, imposto per ragioni puramente artistiche contro le più ovvie logiche commerciali.
Fu questa combinazione, voluta e difesa dal direttore, a creare quell’equilibrio unico e irripetibile tra strazio e trascendenza che rende questa registrazione una pietra miliare.
Bruno Walter, l’adepto, l’amico che tenne a battesimo l’opera postuma a Monaco nel 1911, non dirige qui una sinfonia con voci; celebra un rito di commiato che è triplice: quello di Mahler dalla vita, quello di un’intera civiltà europea, e quello, terribilmente profetico e immanente, della sua stessa solista, Kathleen Ferrier, già segnata dal male che l’avrebbe sottratta al mondo l’anno seguente.
L’intera esecuzione è avvolta in un’aura crepuscolare. I Wiener Philharmoniker, sotto la sua bacchetta, diventano un organismo ctonio e cangiante. Il loro suono non possiede la trasparenza analitica di altre letture, ma una densità materica, un colore d’ambra e di terra bagnata. Fin dall’attacco di Das Trinklied vom Jammer der Erde, l’assalto dei corni (battuta 5 e segg.) non è brutale, ma un grido ferale, un richiamo ancestrale che lacera il velo di un’ebbrezza disperata.
La Vocalità dei Solisti: Due Archetipi Imposti dal Destino
La scelta dei solisti fu quindi essa stessa un atto di fede interpretativa. Julius Patzak non era, abbiamo visto, il tenore eroico che la Decca avrebbe forse preferito. Fu Walter stesso a imporlo, come detto anche con ostinazione, preferendo la sua intelligenza testuale e il suo timbro viennese, quasi nevrotico, alla potenza più generica di altre voci.
La sua è una vocalità che non blandisce: il timbro è asciutto, talvolta al limite del graffio, ma animato da un’incandescenza che lo rende l’incarnazione perfetta del poeta disilluso. Nel Trinklied, il suo grido “Dunkel ist das Leben, ist der Tod!” (a partire dalla battuta 79, segnato leidenschaftlich), non è un’esplosione di potenza vocale, ma un’implosione di angoscia esistenziale, quasi un rantolo strozzato che gela il sangue.
Ma è con l’ingresso di Kathleen Ferrier che la registrazione varca la soglia del mito. La cronaca di quelle sedute narra una verità straziante. La Ferrier era arrivata a Vienna dopo essersi fratturata un femore, conseguenza diretta del cancro che la stava consumando. Registrò contro il parere dei medici, seduta su una sedia, spesso sorretta per raggiungere il microfono, sopportando un dolore fisico che possiamo solo immaginare.
La sua voce, un velluto scuro intriso di umanità dolente, non possiede la perfezione idiomatica di una madrelingua tedesca, ma trasforma questa lieve distanza in un velo di universalità. In Der Einsame im Herbst, quando intona “Mein Herz ist müde” (battuta 72), il pp richiesto da Mahler diventa afasia, confessione di uno sfinimento che è fisico e spirituale insieme. La Ferrier non recita la stanchezza: la vive, la testimonia.
“Der Abschied”: L’Eternità in un’Unica Prova
È nel movimento finale, Der Abschied, che si consuma il miracolo. Walter, conscio della fragilità della sua solista, la guidò con una delicatezza paterna. Lo stesso Culshaw racconta di un’atmosfera quasi sacra nel Musikverein
La leggenda vuole che l’intero movimento sia stato registrato in un’unica, perfetta take. La realtà tecnica dell’epoca, che imponeva cambi di matrice ogni 4-5 minuti, lo rende impossibile
Ma la verità spirituale è altrove: la sezione conclusiva, da “Die liebe Erde allüberall…” fino al silenzio finale, fu catturata in una sola prova di tale intensità emotiva e perfezione che Bruno Walter, con le lacrime agli occhi, si rivolse alla sala di controllo e disse che non avrebbero mai più osato toccarla. Quella prova, irripetibile, è ciò che noi ascoltiamo.
A partire da quella battuta 461, la Ferrier attacca la frase in un pianissimo possibile che è quasi un soffio. La parola finale, “Ewig”, ripetuta nove volte, è la chiave di volta. L’ultimo “Ewig…” (battuta 569 e segg.) è quasi un pensiero, un suono che non finisce ma si dissolve nell’etere, obbedendo alla prescrizione agogica finale di Mahler: gänzlich ersterbend (morendo completamente).
In quel momento, l’ascoltatore e noi non sentiamo una cantante che esaurisce il fiato, ma un’anima che trasmigra sotto lo sguardo commosso di un direttore e di una troupe tecnica divenuti testimoni.
L’Ingegneria del Suono: Il Monofonico come Presenza
Realizzata nel Grosser Saal, l’incisione fu un capolavoro della tecnologia Decca Full Frequency Range Recording (FFRR). Il produttore John Culshaw e i suoi ingegneri sapevano di non essere semplici tecnici, ma cronisti di un evento storico
Il suono monofonico, lungi dall’essere un limite, agisce qui come un fattore di coesione, creando un’intimità quasi claustrofobica. Si percepisce una notevole gamma dinamica, dai fff abissali alle rarefazioni estreme di Der Abschied. Il fruscio del nastro e la lieve saturazione sono le cicatrici di un documento che ne aumentano il valore testimoniale.
In conclusione, questa registrazione non è semplicemente “una” versione. È la convergenza predestinata di un direttore che parlava la lingua di Mahler, di un tenore che ne incarnava la nevrosi, e di un contralto che ne cantava l’addio vivendolo sulla propria pelle.
È un punto di non ritorno, una soglia oltre la quale la musica si fa silenzio e il silenzio si fa significato. Ascoltarla significa partecipare a un evento unico, dove il dramma dell’esistenza e la sua trasfigurazione nell’arte hanno trovato una coincidenza tanto perfetta, dolorosa e storicamente documentata. Un’incisione non da ascoltare, ma da meditare.
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4 risposte
Maureen Forrester era presente durante tutta l’incisione, nel caso la Ferrier non riuscisse ad arrivare alla fine, lei sarebbe subentrata. Aveva provato moltissimo con il maestro al pianoforte. Lei stessa mi ha raccontato questa sua avventura.
Grazie Walter della testimonianza. È un piacere ricevere dettagli di prima mano.
Un saluto
-MV
C’è uno stupendo live della Forrester con Bruno Walter , in pratica l’ultima esecuzione di Das Lied von der Erde da parte dell’immenso direttore, di cui per fortuna ci rimangono sia la registrazione e anche i bellissimi ricordi della cantante in proposito. E’ una esecuzione stupenda, per forza di cose diversa da quella con la Ferrier e Patzak che rimane un unicum che va persino al di la della storia della musica registrata per essere un momento irripetibile, quasi atemporale, in cui vediamo e viviamo le condizioni che permisero la nascita di questo immenso capolavoro. L’orchestra, il direttore, i cantanti, ad un certo momento spariscono per lasciarci partecipi di un momento storico e di un accadimento umano e spirituale che sembra accadere in quel momento. La Ferrier offre se stessa , interamente alla musica, e in questo incarna alla perfezione lo spirito della musica mahleriana. C’è anche un bellissimo e toccante aneddoto che riguarda la registrazione dei lieder che completarono il disco sopratutto su Um Mitternacht. La grandissima Mauren Forrester , nella registrazione con Walter , ovviamente segue un’altra strada che è quella della testimonianza, del ricordo, ma si tratta pur sempre di una incisione sublime.
Grazie davvero.