L’Ottetto di Mendelssohn e il Quintetto di Rimsky-Korsakoff esempi dell’arte dell’ensemble viennese
Contemplare l’atto della registrazione fonografica, specie quando essa assurge al livello di queste incisioni Decca, significa meditare sul paradosso di un’arte, la musica, che vive nell’istante e che pure viene consegnata a una forma di eternità.
È un processo alchemico, quasi faustiano, in cui l’effimero respiro di un’esecuzione viene trasmutato in oggetto, in documento sonoro immutabile. Il Sofiensaal di Vienna, con la sua acustica calda e precisa, diviene qui il laboratorio di tale trasmutazione, e il bisturi sonoro del “Full Frequency Range Recording” non si limita a catturare il suono, ma lo disseziona e lo ricompone in un iperrealismo analitico che rende l’architettura interna della musica non solo udibile, ma quasi tangibile.
È in questo spazio sacro e tecnico che il Wiener Oktett non si limita a eseguire, ma erige due interpretazioni che sono, a tutti gli effetti, due monumentali saggi critici sulla natura stessa delle opere affrontate.
Prima di procedere, è essenziale rendere giustizia agli artefici di tali monumenti. Le due incisioni, distanziate da oltre un decennio, mostrano l’evoluzione stessa dell’ensemble, un organismo vivente radicato nel tessuto dei Wiener Philharmoniker. Per la registrazione dell’Ottetto di Mendelssohn dell’ottobre 1972 (Decca SXL 6604), la formazione, rappresentante di una nuova generazione di maestri, era così composta:
- Violini: Anton Fietz, Wilhelm Hübner, Rainer Küchl, Alfred Altenburger
- Viole: Günter Breitenbach, Josef Staar
- Violoncelli: Ferenc Mihaly, Adalbert Skocic
Per il Quintetto di Rimsky-Korsakov, inciso nel 1960, la compagine si stringeva invece attorno ad alcuni dei pilastri storici del gruppo: il pianoforte di Walter Panhoffer, il flauto di Herbert Reznicek, il clarinetto di Alfred Boskovsky, il corno di Josef Veleba e il fagotto di Rudolf Hanzl. Due formazioni diverse, due epoche, eppure un’unica, riconoscibilissima, matrice sonora.
Mendelssohn e il Demone della Perfezione: L’Ottetto, Op. 20
Affrontare l’Ottetto significa confrontarsi con un unicum nella storia della musica, un’opera la cui prodigiosa maturità formale, scritta da un adolescente, confina con il soprannaturale. La lettura del Wiener Oktett rifugge da ogni facile sentimentalismo romantico per concentrarsi sulla dialettica interna, potentissima, tra la struttura classica e un’energia tellurica, un demone giovanile che la forma a stento riesce a contenere.
Nel primo movimento, Allegro moderato ma con fuoco, il celeberrimo tema iniziale (battute 1-8), affidato all’ascesa del primo violino di Anton Fietz, è trattato non come un grido, ma come un’idea che prende forma, un Urphänomen goethiano di pura energia musicale.
La sua arcata è ampia, tesa, ma il vibrato è controllato, il suono saturo ma mai aspro. È l’incarnazione stessa del “fuoco” moderato dalla ragione.
La risposta a cascata degli altri strumenti è un prodigio di bilanciamento: si percepisce la gerarchia delle voci senza che il flusso perda la sua omogeneità. Di cruciale interesse è la transizione al secondo tema (da battuta 49). Qui, l’impeto eroico cede il passo a una dolcezza quasi schubertiana.
L’Oktett gestisce questo trapasso psicologico con una sottigliezza magistrale: la dinamica si attenua in un dolce sussurrato, il piglio degli archi si ammorbidisce, e il dialogo tra primo violino e prima viola assume il carattere di una confidenza intima, una pausa lirica prima delle nuove tempeste dello sviluppo.
È proprio nello sviluppo (da battuta 101) che la lettura viennese tocca il suo apice analitico. Nel denso passaggio contrappuntistico che inizia a battuta 155, dove le linee si accavallano in un’angoscia febbrile, la chiarezza verticale rimane assoluta. Ogni entrata è scolpita, ogni disegno ritmico è netto, trasformando quello che potrebbe essere un magma sonoro in un dramma dialettico tra forze opposte.
Il secondo movimento, Andante, si rivela come il cuore emotivo dell’interpretazione. È un Nachtstück, un notturno velato di malinconia che funge da necessario contrappeso psicologico. Il tema, esposto da viole e violoncelli (battute 1-8), è intonato con un colore brunito, un pathos nobile che non scade mai nel patetismo e nel sentimentalismo.
È il suono di una tristezza meditata, non di una disperazione esibita. L’accompagnamento in sotto voce degli altri archi crea un tappeto sonoro rarefatto, un’atmosfera di attesa e di ricordo che l’incisione Decca rende con una profondità quasi olografica.
Lo Scherzo è un saggio sul trascendente. La prescrizione leggierissimo è ottenuta attraverso un’articolazione che non è un semplice staccato, ma un sautillé rapidissimo, eseguito con una sincronia collettiva che ha del paranormale.
Non si tratta di otto musicisti che suonano piano e staccato; si tratta di un’unica entità sonora che produce una texture pulviscolare, un’aura cangiante.
Si percepisce la fisicità del gesto – il balzo infinitesimale dell’arco sulla corda – e al contempo la sua smaterializzazione in puro suono. Questa esecuzione svela l’ambiguità perturbante, l’unheimlich, di questo brano: è un gioco di elfi o una danza macabra di spettri? L’Oktett lascia la domanda sospesa, in un equilibrio di perfezione terrificante.
Il Presto finale è la catarsi. La sua struttura fugata, che trae linfa tematica da una trasfigurazione dello Scherzo, è affrontata non come un esercizio accademico, ma come la risoluzione drammatica dell’intera opera.
L’Oktett costruisce la tensione con una logica inesorabile: l’entrata di ogni voce del fugato è un evento, un nuovo personaggio che si aggiunge a un dramma incalzante. La perizia tecnica è tale che, anche nei passaggi di massima densità (si pensi alla stretta finale, da battuta 340 circa), ogni linea rimane intellegibile, contribuendo a un senso di estasi ordinata, di gioia intellettuale che si fa puro slancio vitale. È la sintesi perfetta tra l’architettura di Bach e l’anima di Faust.
L’Alchimia dei Timbri: Il Quintetto di Rimsky-Korsakov
Passare a Rimsky-Korsakov significa entrare in un altro universo estetico. Se Mendelssohn esplora l’abisso dell’anima tedesca, Rimsky-Korsakov cesella un oggetto d’arte di squisita fattura, un dialogo con la tradizione cameristica occidentale (Beethoven e Brahms sono i numi tutelari) condotto con un accento inconfondibilmente russo. È musica da salotto, sì, ma il salotto è quello di un intellettuale pietroburghese.
Nel primo movimento, Allegro con brio, l’interazione tra il pianoforte di Walter Panhoffer e i fiati è un capolavoro di retorica musicale. Le scale e gli arpeggi iniziali di Panhoffer non sono vuoto virtuosismo, ma stabiliscono una cornice armonica ricca, quasi brahmsiana, all’interno della quale i fiati possono conversare. Il clarinetto di Alfred Boskovsky, con il suo timbro liquido e il suo fraseggio vocale, introduce un elemento di lirismo slavo che subito sposta l’asse emotivo
Il corno di Veleba e il fagotto di Hanzl non sono meri accompagnatori, ma forniscono un fondamento timbrico scuro e caldo, un humus sonoro che conferisce profondità alla tessitura.
L’Andante centrale, con la sua apertura fugata, è un cenno all’accademismo che viene subito trasceso in una romanza di struggente bellezza.
Il trattamento che l’ensemble riserva all’introduzione contrappuntistica è di una serietà gentile, prima che il flauto di Herbert Reznicek si libri nel suo canto lirico. Il suo suono è puro, privo di eccessivo vibrato, eppure carico di un’espressività intensa e contenuta, mentre il pianoforte di Panhoffer lo sostiene con arpeggi delicati, quasi un cuscino sonoro.
È nel Rondo (Allegretto vivace) che l’esprit viennese si fonde con l’anima russa. Il tema ha un carattere di danza, ma l’interpretazione dell’Oktett lo priva di ogni rusticità, trasformandolo in una conversazione brillante e piena di spirito. La precisione ritmica negli scambi rapidissimi tra i fiati e il pianoforte è assoluta, ma non è mai meccanica; è piuttosto la precisione di una battuta di spirito pronunciata al momento perfetto. Le fioriture virtuosistiche di Panhoffer sono integrate nel discorso con un’eleganza tale da sembrare la più naturale delle elucubrazioni.
In conclusione, queste letture del Wiener Oktett sono molto più di semplici interpretazioni. Sono atti di assimilazione culturale. L’Ottetto di Mendelssohn viene filtrato attraverso una lente di lucidità apollinea che ne rivela la struttura titanica senza smorzarne il fuoco interiore. Il Quintetto di Rimsky-Korsakov viene spogliato di ogni potenziale esotismo per essere elevato a paradigma di un classicismo cosmopolita.
Il Wiener Oktett, attraverso le sue generazioni e sotto l’occhio di bue della Decca, si erge a mediatore supremo, un’entità capace di contenere e dare forma sia all’abisso metafisico dell’anima germanica sia alla superficie ingioiellata del salotto slavo, trovando in questa sublime tensione il senso ultimo della propria, ineguagliabile, arte.
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