Due programmi in due settimane che hanno lasciato il segno e fornito nuovi spunti di riflessione sull’arte del direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano
Ci siamo occupati già più volte di Emmanuel Tjeknavorian, il direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano, dato che la sua personalità artistica così spiccata e compiuta è tale da aver sempre rilasciato prove di enorme valore.
Non intendiamo tuttavia ribadire ad ogni sua esibizione i connotati della sua arte, che sono compiuti e sempre gli stessi: capacità di aderire alla composizione affrontata con rigore, entusiasmo, energia, precisione, conformità stilistica. A questo si aggiunge sempre una musicalità in grado di ricoprire come un guanto ogni forma e stile innervando di tensione e calore un impulso ritmico sempre proiettato in avanti, mai rigido e sempre permeato di fremente elettricità,
Scrivevamo, e confermiamo, che tali caratteristiche molto difficilmente sarebbero apparse inidonee per l’approccio a qualsivoglia autore, perchè esse sono frutto di naturale semplicità e la musica, dalla semplicità, trae sempre giovamento. Non sbagliavamo: dopo l’ascolto di compositori tanto diversi come Orff, Richard Strauss, Khachaturian, Schubert, Schumann, Mendelssohn, Beethoven, Shostakovich, Saint-Saens, Liszt e in forme tanto differenti come ouverture da concerto, sinfonie, cantate, pezzi brevi, poemi sinfonici, concerti con solista possiamo dire che Tjeknavorian usa la sua musicalità espressa nei termini in cui abbiamo scritto, come chiave d’accesso universale, un passepartout che apre tutte le porte della musica.
E la cosa funziona.
Nel commentare i due programmi dei concerti potremmo attardarci sulla riuscita stupefacente dello Shostakovich nella Decima Sinfonia, un’esecuzione di incandescenza spietata tale da abitare gli stessi cieli delle massime della storia (e la storia in questa sinfonia sono due interpreti e basta, tre con Tjeknavorian) o in quella del Mephisto-Waltz dove l’originalissima scrittura lisztiana è stata arroventata cinematograficamente nel balzellare ritmico degli accenti spostati e nei guizzi sardonici di una timbrica orchestrale istantaneamente reattiva.
Preferiamo però, dopo averlo ascoltato più volte come accompagnatore di solisti di varia provenienza e diverse caratteristiche, indagare il rapporto che Tjeknavorian instaura con il musicista con cui condivide l’esecuzione.
In tutti i casi da noi ascoltati (i due concerti per violino e violoncello di Schumann e il concerto per violino n. 2 di Paganini) Tjeknavorian ha servito in maniera inappuntabile l’arte e la visione del solista. Questo assecondamento appare così naturale da apparire quasi condivisione, ma tale non è in quanto nella sua realizzazione quasi sempre mancano le caratteristiche primarie del Tjeknavorian esecutore d’orchestra come le abbiamo illustrate poco sopra.
Così come il violoncellista Jeremias Fliedl ha impostato la sua lettura e la sua interpretazione del lavoro di Schumann, pudico, aggraziato, ironicamente misterioso come il sorriso della Gioconda leonardesca, così il direttore lo ha seguito con sobrie e compunte pennellate atte a servire, a dare sostegno, alle frasi del solista. Il commento musicale a Tjeknavorian non sembra utile nella rappresentazione estetica del concerto con solista, men che meno la lotta “inter-pares” tra due visioni distinte che trovano una sintesi comune.
Nello stesso modo l’apollineo incanto trafiggente come luce solare del suono di Benjamin Schmid è stato sostenuto dagli impasti morbidi imbevuti di lirismo composto dell’orchestra nel Secondo Concerto di Paganini.
E’ più il cameriere che offre il piatto caldo e perfetto per contenere il cucinato del solista, sia cromaticamente che formalmente, che il co-chef dell’interpretazione di una composizione musicale.
Si tratta di un atteggiamento non unico e che nella storia dell’interpretazione molti direttori d’orchestra hanno tenuto quando hanno accompagnato i solisti; noi non lo riteniamo l’unico possibile, senza dubbio il più cavalleresco e gentile. Talvolta però la musica necessita anche di un incontro di personalità e delle loro reciproche visioni perchè essa stessa è in grado di risolverle in una visione superiore. Quando questo accade si ha una compiutezza che la “reductio ad unum” nel servire un solo pensiero non può raggiungere.
Un commento a parte meritano anche le note dei programmi di sala, soprattutto quelle a cura di Matteo Marni per i concerti del 24 e 26 gennaio dove con competenza e lucidità viene portato al pubblico il “fil-rouge” che lega il demoniaco nella musica. In particolare la sequenza gregoriana del “Dies Irae”, alla base di molteplici evocazioni infernali di epoca romantica (si pensi al Totentanz di Liszt, alla Fantastique, all’Isola dei Morti e alle sinfonie di Rachmaninoff) viene colta da Marni nel trionfo in maggiore conclusivo della Sinfonia n.3 di Saint-Saens.
E’ vero, anche se il Dies Irae permea tutta la monumentale sinfonia del compositore francese, e il suo trionfo in maggiore, sostenuto dall’organo, strumento principe religioso che il compositore trasla nel laicismo della sala da concerto, è la vittoria della musica, con tutta la sua carica di sensualità e filtri di incanto (quanto “Tristano” è presente negli impasti e modulazioni di questa opera!), libera dalle costrizioni dell’apparato religioso, in ossequio al pensiero del suo autore, espresso nel trattato “Problèmes et Mystères”.
L’esecuzione di Tjeknavorian, accesa, vibrante, umbratile nelle sottolineature del “dies irae” ad ogni apparizione nel continuum orchestrale, sempre morbida e tersa nell’architettura, è stata molto aderente al coté demoniaco che come un filone di zolfo fumante ha acceso il fuoco nel suono dell’intero capolavoro.
I due concerti si sono conclusi nel consueto trionfo.
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