21 Marzo 2016
Personalmente ho trovato l’esecuzione di ieri sera assolutamente rivelatoria da parte di uno Jansons in stato di grazia, così come i suoi complessi bavaresi. Rivelatoria, in quanto la Settima di Shostakovich a mio parere pur essendo contestualizzata nella produzione cosiddetta “di guerra” del compositore russo, ha sempre suscitato negli esecutori e negli interpreti un approccio trionfalistico senza “se” e senza “ma”.
Fin dalla remota esecuzione documentata di Toscanini per arrivare all’ultimo Bernstein con Chicago e, per restare nelle mie esperienze “live”, al recentissimo Oue con l’Orchestra Verdi il concetto portante dell’approccio interpretativo è stato condizionato dalla vittoria nella Grande Guerra di Resistenza di cui l’esperienza dell’assedio di Leningrado è emblematica. Così mi è sempre parso molto difficile trovare delle “ombre” a questa vittoria finale, quasi gloriosamente innondata dalla luce della splendida fanfara conclusiva, il che, paradossalmente, mi ha sempre fatto porre questa sinfonia in una posizione “estranea” rispetto a tutto il resto della produzione sinfonica shostakoviana. Perchè, insomma, quando mai Shostakovich è stato nei suoi finali limpidamente trionfale? Forse nel “Canto delle Foreste” in gloria di Stalin. Ma anche nell’autoaffermazione nel finale della Decima,l’incontenibile gioia sconfina in una isteria sfrenata della quale Mravinsky è a tutt’oggi stato il più idiomatico realizzatore.
E qualche eco del suo antico mèntore l’ho trovata anche in questa realizzazione di Jansons.
Ferma restando l’assoluta bellezza del suono cremoso degli archi, il peso dato agli interventi dei legni e nelle scure e morbide perorazioni degli ottoni non mi hanno fatto pensare solo ad una interpretazione concentrata sul “suono” in sè. Il peso delle percussioni, ad esempio, veramente implacabile, espressione di una distruttiva macchina di morte che tutto annienta e stritola, vinti e vincitori, di cui la marcia del primo tempo è stata solo una faccia della medaglia. Infatti mai prima di Jansons la chiusa della Sinfonia mi è apparsa tanto negativa pur nel clangore della fanfara finale. “L’ombra di Stalin non si è vista” dice l’amico Vizzardelli. Io dico di sì: si è vista e sentita. Il trionfo di Stalin ha preso il posto di quello di Hitler nell’inesorabilità ed eguaglianza impassibile dell’imperversante “stretta” impressa da Jansons e mirabilmente eseguita dai Bavaresi, che come un arco si univa alla marcia del Primo Tempo.
Esito trionfale della serata con due chiamate a Jansons a palco vuoto.
Da diversi anni non assistevo a cose così, alla Scala.
Saluti.
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