https://www.teatroallascala.org/it/stagione/2023-2024/concerti/orchestre-ospiti/philharmonia-orchestra20241109.html

Il “Magister Ludi” Esa-Pekka Salonen, nell’autentico senso “hessiano” del termine, ha trascinato il pubblico della Scala in un entusiasmo colossale già al termine della prima parte, quel Concerto per Orchestra di Bartòk, di estrema difficoltà, che di solito viene affrontato come se fosse una parete di sesto grado (e lo è), ma che con lui appare di una naturalezza, una consequenzialità, una logica, una semplicità disarmanti.

Alcuni definirebbero la sua arte “somma sprezzatura”, noi, più modestamente, la definiamo onnipotenza.


Onnipotenza musicale che nasce, si sviluppa, trova significato e genera emozione attraverso l’onnipotenza tecnica sia di dominio mentale della scrittura, in senso formale e contenutistico, sia di dominio gestuale sull’orchestra in grado di generare con esattezza la volontà del pensiero. Non abbiamo sotto mano i riferimenti della partitura del Concerto di Bartòk (poco importa), ma dopo la prima frase sottovoce degli archi nell’introduzione, che Salonen ha reso sbigottente, attonita, come un’anima che si ritrovi immersa improvvisamente nell’oscurità terribile dello spazio profondo, vuoto contenitore di bianche radiazioni lontane di origine stellare, insieme fredde e roventi,risponde un tremolo dei violini in pianissimo che termina con una volatina dei legni acuti.

Ora, in fisica, il suono è una vibrazione delle molecole dell’aria e probabilmente esiste un momento in cui queste molecole iniziano a vibrare e a produrre il suono:

si tratta di un pianissimo, di un più che pianissimo, di un qualcosa ai confini del silenzio. Non sono tanti i direttori d’orchestra in grado di farci sentire il momento in cui il suono inizia a vibrare, o meglio a far vibrare le membrane dei nostri timpani. Talvolta però succede.

Quello che non ci è mai successo è una cosa come ieri: Salonen è riuscito, non sappiamo come, lo sa solo lui e lo sa solo la sua onnipotenza, a far ascoltare con quel tremolo il trascolorare della vibrazione dalla quiete alla sollecitazione, non l’istante in cui inizia la vibrazione, ma il suo stesso divenire dalla quiete, l’aria che dalla sua inerzia inizia a fremere prima di farsi suono e quel fremito impercettibilmente si addensa in regolarità di onda e diventa musica mentre iniziamo ad udire la nota nella dinamica continuata progressiva della sua origine dal silenzio, che è l’origine del mondo. Un qualcosa di inaudito e stupefacente.


Ora dovremmo commentare di come il Concerto di Bartòk sia apparsa una narrazione intensa, lirica, trasparentissima, violenta, gioiosa, buffa, rigorosa, amabile, colloquiale, serena, terrificante, tragica, intima, colossale e di come sia potuta essere tutte queste cose insieme. O di come Sibelius, nella sinfonia di esordio, non sia mai apparso così rivoluzionario, violento, incandescente in mondi di rocce e lava e antiche rovine musicali inspiegate, subito pronto a distendersi in ampie oasi di puro canto di solitudine e pace. Ma non faremmo cosa utile, perchè i commenti servono a spiegare ciò che può essere spiegato, o almeno tentato, non l’inspiegabile.


Possiamo solo dire che Esa-Pekka Salonen, Magister Ludi, è una Grazia che ci ha donato al termine tre bis (uno “Scherzo e Trio” di Puccini, il III tempo “ Alla Marcia, Moderato”
dalla suite “Karelia” op. 11 di Sibelius, e la “Tregenda” da “Le Villi”, sempre di Puccini) e che l’unico, per ora, rammarico che abbiamo è che ancora La Scala non gli abbia affidato la direzione di “Otello” di Verdi che lui, in una trascorsa intervista di anni fa, che spiegava fra tante cose i motivi per i quali affronta poco teatro, aveva indicato come “opera che gli sarebbe piaciuta dirigere”.


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