OSN per il ritorno di Robert Trevino - Auditorium RAI di Torino 2022
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Robert Trevino è un direttore d’orchestra che apprezziamo in modo considerevole, perché è un musicista che fa della chiarezza l’aspetto più peculiare del suo messaggio nel far musica. Non porta l’ascoltatore a farsi domande, a rimuginare su significati esoterici di proposte interpretative desuete.
Egli fornisce già la risposta, bella e servita sul piatto.

Parafrasando Esa-Pekka Salonen (“l’interprete è come un cameriere: deve portare in tavola dalla cucina il piatto più intatto possibile”) egli è il “cameriere” perfetto: si capisce tutto, immediatamente, sempre e comunque. E talvolta la semplicità è il massimo dell’originalità possibile.

Fin dal primo ascolto, una Quarta di Mahler con l’orchestra Verdi di Milano mobilissima, inquieta, fremente, illuminata in un taglio tale da evidenziare dalla prima nota all’ultima tutta l’ombra in controluce nascosta dal velo di Maya del mondo di cristallo in superficie; fin dal primo ascolto dicevamo ci è subito apparso un interprete non “in itinere”, ma fatto e finito. Anche le sue successive prove (ancora con Mahler, la Sesta, poi il suo Brahms) avevano confermato il suo approccio, culminate in quella colossale Settima di Shostakovich, condotta con una tensione e trasparenze inaudite, che ha contrassegnato trionfalmente il suo esordio con la Filarmonica della Scala qualche mese fa.

Un grande direttore, Robert Trevino.

Anche il concerto, in due repliche, tenuto all’Auditorium Rai di Torino, con l’Orchestra di residenza, di giovedì 10 e venerdi 11 ha confermato l’interprete di rilievo. Trevino in recenti interviste ha dichiarato che ama impaginare programmi non necessariamente che abbiano un filo conduttore: ama i contrasti e le sorprese, quindi l’accostamento proposto tra un pezzo contemporaneo (comunque di dieci anni fa), “Mugarri” di Ramon Lazkano e il “Manfred” di Ciaikovski rispetta i suoi orientamenti.

“Mugarri” è un pezzo, si legge nel programma di sala, “spettralista”, con suoni timbricamente vivisezionati, sostenuto da percussioni esotiche e da marimbe percosse e frullate con rapidità e leggerezza, tale da immergere l’ascoltatore in una sorta di giungla primordiale tra voci di insetti e tonfi di animali minacciosi. Trevino è stato capace di sostenere la pulsione metrica, innervando il tessuto con una condotta fremente che, a nostro avviso, ha dato consistenza alla composizione, ottenendo un sorprendente successo e condividendolo alla ribalta con il compositore, per l’occasione presente.

Il “Manfred” di Ciaikovski, capolavoro purtroppo non frequentemente proposto in concerto, ha avuto da Trevino una lettura estremamente drammatica, talvolta addirittura imperversante (la chiusa del primo tempo) nella quantità sonora prodotta; una lettura che ha collocato il compositore russo nettamente nel mondo occidentale e che ha volutamente trascurato, diremmo del tutto omesso, tutta la carica di profumi, di mollezza orientale, di intima sensualità, di appassita dolcezza di cui la partitura è ricca.

Diremmo un “Manfred” da assedio di Leningrado (o di Kiev, chissà) un po’ a senso unico.

Caldo successo, comunque.

Grazie per l’ospitalità.


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