Riccardo Muti & Chicago Symphony Orchestra: Impressionanti, Teatro Alla Scala, 27/1/2024

Riccardo Muti con la Chicago Symphony Orchestra | Teatro alla Scala 2024 - Commenti Musicali Blog
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Riccardo Muti è tornato sul podio del Teatro alla Scala, che lo ha visto nel ruolo di direttore musicale per vent’anni, e ha infioccato probabilmente il suo migliore concerto, almeno tra i numerosissimi che gli abbiamo ascoltato dirigere nel corso di quasi quarant’anni. Migliore, dicevamo, insieme ad uno, più remoto, a Ravenna circa vent’anni fa con i Wiener Philharmoniker e un programma Mozart-De Falla-Ravel che sfolgorava per luci, velluti e morbidezze.

La nostra percezione è che Muti sia arrivato a Milano, nella penultima tappa della tournèe europea con l’orchestra americana, con la determinazione e la carica, non solo mentale, ma anche fisica, per consegnare al pubblico una prova straordinaria. Il programma presentato ieri sera vedeva, unico caso rispetto a tutti gli altri concerti nelle diverse sale europee, l’unione di entrambi i “main courses” che altrove ne costituivano alternativamente le seconde parti: “Aus Italien” e la “Quinta Sinfonia” di Prokofiev. Mettere insieme le due “parti del leone” della tournée alla Scala vuol dire già per sè considerare l’appuntamento milanese come occasione di eccezionalità. Inoltre nella postura e nel gesto si individuavano un’attenzione, una direttorialità, una concentrazione molto differenti a quelli degli ultimi anni, che ci hanno fatto ritornare alla memoria il cinquantenne direttore della seconda metà degli anni Ottana e dei primi anni Novanta.

Veniamo alla musica: come già scrivevamo a proposito di un recente concerto a Ferrara, il maestro Muti ha operato nel corso soprattutto degli ultimi anni un considerevole cambiamento nell’approccio del suono. La materia sonora, così come ora concepita dal musicista, ha ampliato enormemente lo spessore fonico, si direbbe la monumentalità, riuscendo però a conservare la capacità di assottigliamento. L’escursione dinamica è quindi estremamente ampia. Inoltre, così come a Ferrara, particolare interesse e ricerca timbrica, è ora da Muti focalizzato sui legni gravi (fagotti, controfagotti) e ottoni (basso tuba, tromboni) e sulle percussioni: mantenendo intatta, anzi forse ulteriormente pronunciata, la capacità di analisi sul dettaglio. Ne deriva, quindi, una struttura straordinariamente intarsiata di profondi bassorilievi in una prospettiva colossale; possiamo dire che il maestro Muti, a oltre ottant’anni, è arrivato a compiere perfettamente la sostanza musicale nella sua completezza attraverso la forma.

“Aus Italien” è da molti decenni un “pallino” di Muti e, crediamo, l’unico brano di Richard Strauss che dirige con una certa continuità. La sua particolare struttura, quasi una sinfonia, e la qualità della strumentazione, essenzialmente coloristica, consentono a Muti di mettere in mostra le qualità da sempre sue proprie, raffinatezze, iridescenze, colori, con un fraseggio in cui il “melos” oggi non viene così ostentato come in passato, mantenendo una pudicizia screziata quando non proprio innervata, di malinconia e senso di congedo. In questo il terzo tempo è stato esemplare, quanto il Quarto, di pronunciato smalto virtuosistico.

La Quinta, unica sinfonia di Prokofiev diretta da Muti insieme alla Terza e, più di rado, la Prima, la conoscevamo nell’interpretazione del maestro con la Philadelphia Orchestra, appartenente ad un’altra era “musicale” dell’interprete dove la completezza della forma era ancora, a volte, formalismo. Qui la sostanza tragica della scrittura, innervata dalle armonie di sostegno scure, dense come nera lava rappresa in basalto è emersa con prepotenza, alternata al grottesco, asciutto e secco, di un secondo tempo dove il tamburo di Cynthia Yeh sembrava percosso non da bacchette, ma da ossa scarnificate.

Trionfo di rado udito, anche con lo stesso Muti negli anni scaligeri, con un teatro esaurito in ogni ordine di posti unito in una festa acclamante e due bis (anche qui in eccezione alle altre tappe, dove ne veniva concesso uno solo): un Intermezzo dalla “Manon” in cui riaffiorava il temperamento e il gusto del “melos” di un tempo (ma quello “piratato” che si trova su youtube della tappa di Parigi è superiore) e un’ouverture dalla “Giovanna D’Arco” smagliante, veemente, all’arma bianca, luminosa: il Verdi giovanile di Muti che sempre abbiamo amato in tutto il suo fulgore.


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