Riccardo Muti a Ferrara – Musiche di Rota, De Falla, Ravel – Orchestra Cherubini

Riccardo Muti a Ferrara - Foto di Todd Rosenberg
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Il Maestro Riccardo Muti torna ad amori d’antan con i due concerti di Ravenna con replica a Ferrara, dei quali abbiamo ascoltato il secondo. Il programma, quanto di più mutianamente sinfonico, comprendeva la Suite del Padrino, nella stessa identica versione del famoso disco Sony inciso dal maestro nel giugno 1997 con la Filarmonica della Scala negli studi Abanella, il sontuoso ed erratico Secondo Concerto per violoncello e orchestra, sempre di Rota (solista il primo violoncello dei Wiener Philharmoniker Támas Varga), la Suite n.2 del Cappello a Tre Punte di De Falla e il Boléro di Ravel. Conosciamo l’amore di Muti per questi pezzi, tre dei quali (Padrino, Sombrero e Boléro) nel corso di sessant’anni di carriera li ha proposti più volte, incidendoli anche su disco.

La visione di un tempo, diremmo “primi anni Ottanta”, sia di Rota che soprattutto di De Falla e Ravel, improntata a un energico colorismo, magari di superficie , ma di grande impatto è nel corso degli anni maturata acquisendo dapprima screziature crepuscolari (in un concerto con i Wiener a Ravenna di una ventina d’anni fa la suite di De Falla era morbida e raffinata come velluto come immersa nel colorismo di Chabrier), mentre ora imperiosamente si staglia il marmo di una cupezza tragica, la cui dimensione eschilea permane anche a fronte di alcune innervature grottesche. I tempi si sono allargati, ma è il suono ad aver assunto una ricchezza armonica nuova: il sole mediterraneo è ora una fornace che consuma antiche rovine micenee di enormi e intimorenti blocchi di pietra.La “Farruca” della suite è in questo senso esplicativa: lentissima, cadenzatissima, colossale ed implacabile nel Crescendo finale. E il Boléro, preso ad un tempo moderato, ma non così “assai” come ci si poteva aspettare, ha nella sua dimensione classica impostata da Muti un crescendo dove, gradualmente, sono le note gravi di tuba e bassi e legni gravi a prendere il sopravvento nel tessuto, come se adagio si squarciasse il velo su una dimensione oscura e minacciosa. È una concezione musicale se vogliamo monumentale che ritroviamo nell’ultima incisione con la Chicago Symphony Orchestra di “Cavalleria Rusticana” e pare che Rota, De Falla, Ravel siano letti come corollari, come appendici di quella tragedia lì eseguita in quella maniera lì: non un semplice dramma, ma il crollo di un’intera civiltà mediterranea contemplata con austero e riverente distacco.

Due parole merita la “Cherubini”: avevamo lasciato quest’orchestra in un remoto Requiem di Verdi a Ravenna vent’anni fa, sempre con Muti. Non ci aveva impressionato: era fallace, debole, vagamente arida.

Ora ha assunto un’importanza di suono enormemente superiore, suona impeccabilmente con prime parti (violino, tromba, fagotto, clarinetto, oboe, mandolini, chitarre, timpani, insomma tutte) non meno che perfette ed appare esattamente l’estensione sonora della mente di Muti al quale va dato atto, negli anni, di aver creato effettivamente un organismo orchestrale dal suono sempre pieno e compatto anche nell’estensione dinamica dal Piano al forte. Lui la chiama “italianità del suono” e, se ha come riferimento ideale quello del Quartetto Italiano ipoteticamente esteso a un’orchestra intera gli diamo ragione.

Teatro pieno, successone e “bis” di Muti sotto forma di discorso sull’importanza dell’arte, della cultura e blablabla. Le solite cose che dice da mezzo secolo, che si potrebbero ripetere a memoria e che ciascuno conosce.


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