Attratti dalla presenza nel programma del capolavoro di Richard Strauss “Don Quixote”, di non frequente esecuzione, abbiamo ascoltato il concerto numero 18 della stagione nella performance di ieri sera (replica domani ore 16.00).
Prima del concerto abbiamo assistito alla presentazione dei brani a cura del Prof. Quirino Principe, in forma notevole e con la consueta lucidità al laser di profondissimo conoscitore dell’arte musicale tedesca (imperdibili i volumi sul teatro d’opera tedesco) e, ovviamente, di quella di Strauss (e di Mahler) sui quali ha lasciato le due note e possenti monografie. Abbiamo così scoperto, tra tante cose, che Strauss avrebbe desiderato l’esecuzione congiunta di “Heldenlebern” e “Don Quixote”, cosa che non avviene mai, e che fra le più riuscite esecuzioni di “Ein Heldenleben” ascoltate dal musicologo pone quella di Oksana Lynev (“sbalorditiva”), e personalmente non ne abbiamo dubbi.
Il programma, insieme al poema sinfonico, ha presentato la Settima sinfonia di Beethoven che, nell’esecuzione, contrariamente all’annuncio sul programma di sala, è stata eseguita nella seconda parte, chiudendo il concerto.
I solisti, le due prime parti dell’orchestra, il violoncello di Tobia Scarpolini e la viola di Miho Yamagishi, intonatissimi, impeccabili, profondi in perfetta unione di intenti con il direttore Cox che dà una visione del poema straussiano strutturalista, con una grande attenzione allo sbalzo della forma e all’evidenziazione del microrilievo in partitura, sia nel lirismo delle frasi con maggior melos, sia nei coaguli armonici grotteschi, senza alcun intento dimostrativo o compiacimento virtuosistico, contrariamente alla maggior parte dei direttori venti/trentenni in circolazione, ma con convinzione e affettuosità. Arriva al punto musicale attraverso la costruzione paziente, mattone su mattone, della lettura che acquista in tal modo la forza espressiva per gradi, in modo ineluttabile.
Roderick Cox, che ad oggi ha debuttato con le massime orchestre americane, è Primo Direttore Associato della Minnesota Orchestra, ed è stato assistente di Osmo Vanska: ci ha stupito quindi il suo Beethoven di altri tempi (quindi in realtà nuovissimo, ché oggigiorno non lo osa quasi più nessuno) con dodici primi, dieci secondi, tutto raddoppiato, vibrato percepibile, costruito con intensità ritmica e cantabile e ferreo controllo dell’architettura. Un musicista sobrio, plastico, elegante, attento alla pagina e al suono, che arriva al cuore del discorso musicale con capacità, naturalezza, coerenza e semplicità. Per questo ci è piaciuto.
Doverosamente va menzionata la grande prova orchestrale: la Sinfonica di Milano ha raggiunto e mantiene una qualità esecutiva, di suono, di amalgama, di esattezza di altissimo livello che le consente il montaggio di pezzi impegnativi ogni settimana e talvolta anche meno. In Italia, e diremmo anche nel mondo, è condizione più unica che rara.
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