Orchestra filarmonica di San Pietroburgo -Concerto di inaugurazione “Festival MITO” – Teatro alla Scala, Direttore Iuri Temirkanov

In generale tutto ciò che fa musicalmente Temirkanov è imperdibile, ancor più quando dirige la sua orchestra di San Pietroburgo, una delle poche al mondo ad aver mantenuto una sua propria caratteristica individuale di suono, colore, peso. Questo è dovuto a due fattori sostanziali: negli ultimi ottant’anni ha avuto due direttori musicali soltanto: Evgenij Mravinsky che l’ha diretta per cinquant’anni e, appunto Yuri Temirkanov che la dirige da ventisette (e i due possiamo anche definirli metaforicamente con l’uno il “padre” dell’altro). Il secondo fattore è che tutti i musicisti dell’orchestra sono russi, discendendo quindi da una medesima scuola musicale.

Il risultato è sotto le orecchie di tutti: il suono opulento, sfarzoso, barocco, dove il preziosismo viene amplificato nella meraviglia dello sbigottimento, dove al calore ambrato del suono degli ottoni si uniscono archi di una scura morbidezza, capaci di una sofficità burrosa come del ruggito più sonoro. Nel mezzo della perfezione esecutiva, che già sarebbe da sola sufficiente per far delibare l’ascolto in una dimensione di pura bellezza, si aggiunge Temirkanov con la sua poesia.

La sua interpretazione è sempre nel segno della naturalezza, la grandezza è la messa in luce del piccolo particolare prezioso, di quel contrappunto fino ad allora inaudito che fa sussultare e, da solo, cambia il significato ad un pezzo di cui si pensava di conoscere tutto. Non facendo nulla di “strano” o di palesemente “diverso”, superficialmente le sue esecuzioni possono, ad orecchie distratte, sembrare “artigianato”, il realtà sono capolavori di alta oreficeria dove il meccanismo è completamente reinventato restituendo la forma d’arte dell’oggetto.

Così Mendelssohn non è mai apparso così legato alla dimensione classica e, nel contempo, splendente di pura luce, come rifulgono di luce le coperture dorate delle chiese pietroburghesi quando le colpiscono i raggi del sole. Abbiamo ascoltato diverse volte l’Italiana e vi sono direttori che, anche in maniera convincente, rendono il suono più “scuro” in modo da avvicinare l’autore alle atmosfere brumose di una certa iconografia paesaggistica con soggetti germanici. Per fare questo fanno sfoggio, abusano quasi, di “dimostratività”. Così è facile “interpretare”. Il discorso musicale, con Iuri Temirkanov fluisce mai forzato in un alveo naturale che risiede nella scrittura: l’autore non è mai forzato.

La Quarta di Bruckner, nella cornice, anche qui, di una lettura “classica” dove erano presenti tutti gli stilemi noti del compositore, si respirava insieme all’opulenza anche la sensazione della natura “panica”, nelle inquietudini profonde, demoniache quasi, trovate da Temirkanov nello “scherzo di caccia” grazie agli impercettibili pesi conferiti agli archi, allo spezzare infinitesimale di un fraseggio, ad una pausa lievemente più accentuata. Non più solo la celebrazione di una natura “benigna”, ma anche “matrigna” e, nel sentiero opulentemente barocco del suono, forse macabra.

Nel bis gli archi della Filarmonica di San Pietroburgo hanno irradiato in una trascendente bellezza che da sola faceva commozione il Momento Musicale n.6 di Schubert.


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