Non conoscevamo Andris Nelsons prima di questo concerto, se non per qualche ascolto occasionale sulle piattaforme di streaming e, appunto, per il suo concerto di Capodanno dall’esito interlocutorio.
Quindi eravamo curiosi di sentirlo all’opera nel suo esordio con la Filarmonica della Scala, soprattutto considerando il periodo di splendida forma del complesso sinfonico (ricordiamo gli esiti altissimi con il Dvorak/Honeck, il Shostakovich/Trevino, il Beethoven/Chailly, il Thielemann/Brahms a titolo solo indicativo e di esempio), ma anche consapevoli che Nelsons è un musicista di valore riconosciuto, almeno negli ambienti professionali: è direttore stabile della Boston Symphony Orchestra, della Gewandhaus di Lipsia, ha rapporti di consuetudine con i Wiener Philharmoniker che porta regolarmente in tournée. Un direttore in piena alta carriera, insomma, garanzia quantomeno di una ottima riuscita nel programma proposto, che conteneva Wagner, da Nelsons frequentatissimo sia in teatro che in sala da concerto e che viene da lui registrato in unione con Bruckner da una casa discografica prestigiosa, e Beethoven, del quale ha appena licenziato l’integrale delle sinfonie con i Wiener Philharmoniker.
Diciamo questo, e forniamo questi dati, perchè non si pensi che non siamo consapevoli del valore che pare essere a lui riconosciuto a livello internazionale e, soprattutto, perchè teniamo a dare sostanza ad una delusione che è stata direttamente proporzionale alle aspettative.
Non vogliamo qui fare confronti, ma in pochi mesi abbiamo avuto il privilegio di ascoltare somme esecuzioni di Wagner e Beethoven, nelle medesime partiture affrontate ieri sera, in Italia, con orchestre di rango e direttori altrettanto, spesso presenti sul podio della Filarmonica, e forse questo ha contribuito ad accentuare il differenziale qualitativo pervenuto alle nostre orecchie.
Tuttavia era tanto, tantissimo tempo, che non ascoltavamo suoni così duri, anche sgarbati, nelle entrate dei fiati, resi ancora più evidenti dalla luce, viceversa, che nelle prime battute in pianissimo, emanavano i violini (stiamo parlando riferiti al Preludio al Lohengrin), e certe inesatte intonazioni degli ottoni speravamo di non ascoltarle più. Però la cifra dominante nelle esecuzioni wagneriane è stata l’inefficacia data dal direttore al sostegno della frase e del suono, perchè il Wagner contemplativo necessita di appoggio, se no la frase è statica, cade pesante con la consistenza di un soufflé sgonfiato, limacciosa e sgraziata.
Beethoven non è stato significativamente diverso, certo migliore nell’equilibrio complessivo dei suoni, ma quello che ci ha stupito maggiormente è stata la difficoltà di ricondurre l’esecuzione di Nelsons a un pensiero musicale: al netto di una certa ruvida pesantezza di accenti, di una voluta assenza di colori, di una vacua assimilazione poetica ad una “Nonna Germania” di provincia, non di capitale, altro non abbiamo trovato.
Speriamo si sia trattata di una serata-no, come talvolta capita, però, certamente, non abbiamo trovato in Nelsons, ieri sera, alcun motivo al quale attaccarci per stimolare un eventuale riascolto.
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