A Bolzano, con doppia replica a Trento e Merano, in una nuova tappa italiana, il grande pianista russo (anche se “grande” è un aggettivo limitante quando si parla di uno dei tre/quattro massimi pianisti della storia documentata per lo strumento) ha affrontato il primo lavoro pubblicato dal giovanissimo Rachmaninoff.
Sappiamo che Pletnëv è maestro del suono, fondando sull’infinita tavolozza timbrico/coloristica concepita dalla sua mente ed estroflessa nelle sue dita, la sua poetica. Dal suono genera il fraseggio; dal suono genera il tempo; dal suono genera l’architettura; dal suono genera l’emozionalità. O, per lo meno, questo appare a noi che lo ascoltiamo ogni qualvolta possiamo e sempre ne veniamo incantati, rapiti, irretiti.
Il Primo di Rachmaninoff, generalmente, è inteso come concerto brillante, dalla facile vena melodica e dall’immediatezza comunicativa. Per Pletnëv è un distillato di colori colliquati, pennellate dalla consistenza ora tenue e pallida, altrove più accesa e densa, di un acquerello evocante profumi di un autunno raggiante bellezza macerata. C’è stordimento nel sentire Rachmaninoff così guidato in un mondo simbolista, così prossimo al capezzale di Mélisande (“fin quando il sole non sarà in fondo al mare”), al suo pallore e alle sue chiome lunghe, dorate, spente. E anche una dolcezza, un profumo ammaliante, ma anche venefico. Un Primo che è già la Rapsodia, già la Terza Sinfonia, già l’Isola dei Morti con le loro campane, ricordi di cattedrali sommerse, e i loro “Dies Irae”.
Un Primo Concerto che profuma di estinzione, forse di memorie perdute… e di morte.
Sul podio della Haydn Francesco Lanzillotta: ha eseguito ciò che Pletnëv gli ha chiesto, cercando di sfigurare il meno possibile nel raffronto con la poesia che usciva dal pianoforte.
Un bis, Ciaikovski: Notturno in re minore di un’anima sola smarrita in un universo di luci pulviscolari.
Trionfo. Tutto esaurito.
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