Avevamo già scritto, dopo l’ascolto di un concerto a Santa Cecilia, che, parafrasando Zurletti, Honeck è, a nostra conoscenza, l’unico direttore vivente a possedere “il Duende”, una sorta di ispirazione spirituale di origine esoterica tale da illuminare di energia visionaria, bruciante, eccitata ogni lato della composizione musicale affrontata: dalla delicatezza più intima alla sofferenza più estrema, dal grottesco alla gioia più esaltata, sempre mantenendo uno stato di vibratile elettricità nel suono.
Dicevamo anche che in Honeck “il Duende“ non si manifesta sempre con continuità nella serata, pare anzi “uscire a comando”, quando la musica e gli interpreti che lo affiancano lo consentono.
Ad esempio nel bellissimo brano di apertura, il famoso Larghetto per Orchestra di James MacMillan, da Honeck spesso proposto in concerto e registrato discograficamente, il carattere commosso di epicedio scozzese veniva interpretato liricamente con uno sguardo velato da tenero affetto, con i magistrali interventi nostalgici degli ottoni solisti (corno, tromba e trombone) “senza misura”; nel Terzo Concerto di Prokofiev, analogamente, Honeck si metteva al servizio del pianista Grossvenor e della sua puntigliosa acribia nel sottolineare, evidenziare, definire, illustrare la linea architettonica del brano adottando tempi cauti e mai precipitati , maniacalmente orientati a sgranare ogni sbalzo ritmico, tralasciando tutto il resto.
Si capiva che l’idea di Honeck fosse quella di un altro concerto, più visionaria e combusta, ma la signorilità ed il dovere del podio imponevano di assecondare la visione del solista. E tale è stato: un Prokofiev strutturalista, festa per la mente di un enigmista dell’ascolto.
Ciò che è, invece, accaduto nella Quinta di Shostakovich, ha visto il Duende imperversare fin dall’attacco, sferzante, rapido, elettrico, mozzafiato, precipitando fino all’ultima nota in un mondo pervaso da elettricità , anche nei momenti più disperati e intimi del terzo tempo, dove il confine tra suono e silenzio era nella vibrazione degli archi purezza inaudita.
Al termine degli ultimi squassanti accordi della sinfonia fra le urla di acclamazione del pubblico un bis fantasmagorico: il Galop dal balletto “Masquerade” di Khatchaturian eseguito con una tale vorticosa souplesse sul tappeto di grancassa e percussioni da essere privato quasi dalla sua pesante anima russa per acquistare una levità spiritata tra Johann Strauss e Albert Kètelbey.
Grazie per l’ospitalità.
P.S. Vorremmo anche evidenziare la semplicità, la cordialità, il senso del DIVERTIMENTO, connaturato all’arte e alla musica non meno di quello dell’IMPEGNO che i direttori di scuola non italiana hanno: sia Pappano che Honeck non hanno difficoltà a concedere bis, anche caciaroni e spiritosi, dopo pezzi seri, anche tragici, come è il caso della sinfonia di Shostakovich. I direttori italiani, con l’eccezione ormai remota di Abbado, che non temeva di “contaminare” Mahler facendo un bis con la “Marcia Slava” di Ciaikovksy, concentrati nella loro missione di profondità, non concepiscono l’happening, la risata, lo svago, il diletto. Non ne sono capaci, mai. Nemmeno quando dirigono orchestre giovanili come l’EUYO e la GMJO.
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