Alla Scala, la Missa Solemnis emerge come un rito sonoro di rara potenza, dove la forma monumentale regge l’urto di una sconvolgente forza interiore.
Affrontare la Missa Solemnis op. 123 di Ludwig van Beethoven è un’impresa che fa tremare le vene e i polsi a qualsiasi compagine. Non è semplicemente una messa, ma un universo teologico e sonoro, un K2 dell’anima che esige da ogni singolo esecutore una dedizione tecnica, spirituale ed emotiva assoluta. L’esecuzione che ha visto protagonisti sul palco del Teatro alla Scala il direttore Fabio Luisi, con un’Orchestra e un Coro del Piermarini in stato di grazia e un quartetto di solisti d’eccezione – Rosa Feola, Elisabeth Deshong, Sebastian Kolhepp e Hanno Müller-Brachmann – si è imposta non come una semplice lettura, ma come un vero e proprio rito sonoro, un atto scultoreo di rara potenza.
L’esegesi dell’opera si configura inevitabilmente come un’indagine sul suo dualismo fondamentale: da un lato, una costruzione architettonica quasi teutonica; dall’altro, un’urgenza espressiva, una vis interiore che spinge questa stessa struttura ai suoi limiti.
La recente esecuzione ha offerto una lettura di straordinaria lucidità, ponendo proprio questa dialettica al centro del suo discorso. La concertazione di Luisi è apparsa fin da subito di un nitore michelangiolesco. Se Michelangelo liberava la figura dalla materia inerte del marmo, Luisi sembra aver estratto la forma beethoveniana direttamente dalla roccia primigenia del suono, attraverso una meticolosa attenzione alla macro-struttura formale.
Questa imponente cattedrale sonora è stata sottoposta, tuttavia, a una costante e prorompente violenza d’urto interna, una pressione che ne ha saggiato la resilienza senza mai condurla al collasso.
Nel Gloria questa concezione è emersa in tutta la sua forza. Dopo un “Gratias agimus tibi” dal passo ancora misurato, l’attacco della fuga “In gloria Dei Patris” ha scatenato una forza abbagliante e incandescente, quasi brutale. Qui si è palesata la maestria del direttore: l’accelerazione agogica e il vertiginoso crescendo hanno spinto le masse a un punto di massima saturazione, eppure l’integrità del tessuto contrappuntistico è rimasta miracolosamente intatta.
Ogni linea della fuga, scolpita con la precisione di uno scalpello invisibile, ha mantenuto la sua funzione strutturale, permettendo all’architettura di reggere l’impatto di un’energia che minacciava di debordare.
A fornirgli la “materia” per tale impresa sono stati un’Orchestra e un Coro del Teatro alla Scala superlativi. L’orchestra ha offerto una prova di duttilità e potenza straordinarie.
Il Coro, preparato da Alberto Malazzi, è stato il vero Atlante di questa esecuzione. Ha affrontato le crudeli tessiture e la scrittura impervia con un vigore e un’aderenza al testo che hanno lasciato attoniti. Non era semplicemente un coro che cantava, ma una comunità di fedeli che ferveva ascendendo sotto la spinta costrittiva implacabile di Beethoven.
Il Credo ha rappresentato l’apice di questa dialettica. Il passaggio dall'”Et incarnatus est” – un momento di stasi mistica, di energia compressa in un pianissimo la cui materia restava sempre ben udibile – al “Crucifixus” è stato un vero e proprio shock tellurico, in cui Luisi ha dato pieno sfogo alla violenza ritmica e armonica della partitura. Ma è stata la fuga finale, “Et vitam venturi saeculi”, a costituire la prova del fuoco. Concepita come un vortice sonoro che rischiava di implodere, è stata governata con un rigore formale che ha trasformato il potenziale caos in una sublime apoteosi della forma.
In questo affresco sonoro imponente, le voci soliste hanno agito come elementi di mediazione e di umana, fragile preghiera. La prova del soprano Rosa Feola ha brillato di luce purissima. La sua è stata una performance memorabile per intelligenza e splendore vocale, dominando una parte che richiede al contempo la forza di svettare sopra la massa sonora e la capacità di librarsi in oasi di lirismo celestiale. La sua voce si è inerpicata senza sforzo sulle vette del Gloria, per poi trasformarsi in pura luce eterea nel Benedictus. In questo sublime dialogo con il violino solista, ha incarnato l’essenza stessa della pace che discende dal cielo.
E proprio quando la tensione architettonica sembrava aver saturato ogni spazio, Luisi ha saputo aprire delle oasi liriche di profonda commozione. L’Agnus Dei conclusivo ne è stato l’esempio supremo. La “violenza d’urto” è divenuta qui esplicita, tematica: il fragore della guerra (“Alla marcia”) irrompe a lacerare lo spazio sacro. L’impatto è stato violento, straniante, ma la ripresa della preghiera per la pace ha assunto un colore di straziante vulnerabilità, configurandosi come una riconquista. La forma, pur ferita, si è ricomposta, dimostrando una resilienza basata sulla forza intrinseca della supplica.
In conclusione, l’operazione di Fabio Luisi si è configurata come un saggio di critica musicale in actu.
Un’esecuzione che ha trovato un equilibrio audace tra impeto dionisiaco e rigore apollineo, rimanendo impressa nella memoria come un trionfo di visione architettonica e potenza espressiva. Un Beethoven non solo diretto, ma scolpito nella tensione, che ha bilanciato la scala titanica dell’opera con la sua profonda e commovente umanità.
Il pubblico della Scala, attento e partecipe, ha compreso la portata dell’evento, tributando a tutti gli artefici un successo caloroso e pienamente meritato.
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2 risposte
Recensione elogiativa al massimo
Ero presente il 3 luglio: un’opera che poco ha di religioso, tranne all’inizio dell’Agnus Dei. Ho pensato che il volume del coro sovrastasse i solisti e l’Orchestra.
Sì era così.
-MV