Ripensando al concerto di ieri tendiamo a dimenticarci di Trifonov. Direi che i suoi fraseggi e la sua interpretazione del Ciaikovski siano stati curiosi, sul momento accattivanti e incantatori ma, alla fine, fatui come la traccia morente di un fuoco d’artificio dopo lo svanire dell’ultima favilla. Non abbiamo riscontrato nemmeno grandi colori nel suo pianismo e, se pensiamo a tanti “giovani”, e vogliamo restare solo su quelli quando esordirono, essi abitavano altri cieli rispetto a Trifonov. Non ne facciamo i nomi per rispetto.
A ciò aggiungiamo che mentre Jurovski suonava il “suo” Ciaikovski noto da tempo, scuro, asciutto, spoglio, talvolta acido e scabro, il pianista disegnava altre figure, girandole e florilegi senza grande costrutto per l’armonia esecutiva del pezzo.
L’Ottava di Shostakovich è stata idiomatica perchè è composizione che pare avere tutte le caratteristiche per essere evidenziata dalla naturale poetica di Jurovsky.
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