Il concerto, al quale abbiamo assistito in terza replica, ha, a nostro avviso, confermato che l’Orchestra Verdi, quando è ben diretta, non ha nulla da invidiare ad altre orchestre italiane; ha confermato che per qualche motivo non chiaro (o almeno non a noi) l’orchestra Verdi, nei suoi ruoli amministrativi, è talvolta in grado di individuare personalità musicali eccellenti ed eccezionali che rapsodicamente invita, ma non è in grado di affidare a loro la direzione musicale, preferendo le terze, quarte, quinte scelte, quando invece dovrebbe, essendo stata fondata e diretta musicalmente da un genio (Vladimir Delman) essere guidata da prime e assolute personalità, delle quali, invece, fa di tutto per privarsi.
E’ successo, nel tempo, con Vladimir Jurowski, con Yutaka Sado, con Gianandrea Noseda.
Assistiamo oggi agli inviti, rapsodici, di Robert Trevino e Jader Bignamini: la direzione generale preparerà loro lo stesso destino dei primi o, dopo la scadenza dell’attuale direttore musicale, deciderà finalmente per una vera scelta di primo livello?
Visti i precedenti, temiamo.
La prima parte del programma ha visto protagonista Domenico Nordio, solista al violino, in un brano in prima esecuzione assoluta di Silvia Colasanti: “Esercizi per non dire addio per violino e orchestra”, una sorta di “Post-concerto”, scritto in maniera splendida e per diversi aspetti anche soggiogante, dove il violinista è impegnato in una reminiscenza, impregnata da Nordio di canto e luce sofferta, mentre l’orchestra, con lunghi pedali dominati dalle percussioni indeterminate (tam-tam, grancassa, piatti percossi da bacchette), armonizza su sentieri multitonali nei quali alla velata tristezza di un congedo si accompagna lo schiudersi di una speranza. Calibratissima e sensibile la direzione di Bignamini, pregiata nell’esaltare la morbidezza del fluire musicale, nel sostenere senza invadere il canto di Nordio e nell’attenzione alla qualità del suono che, soprattutto nella musica di oggigiorno (cosiddetta “contemporanea”) e ancor più in quella, come in questo caso, mai udita prima, è la chiave fondamentale per far comprendere al pubblico la caratteristica musicale della scrittura.
La luce, sempre calda, poetica, densa di canto, solo talvolta screziata da inaspettati tagli urticanti, come graffi incandescenti sulla carne (certi bicordi!) è stata protagonista nel suono di Domenico Nordio, interprete di un concerto per violino di Beethoven di antica e passionata concezione; diremmo “passionata” nel senso brahmsiano del termine, così come, per dare un’idea, poteva esprimerla nel suono e nel tempo di sostegno un Giulini. Un Beethoven fervido, senza remore nel lasciar fluire l’emozione, un canto di ringraziamento sostenuto continuativamente dal vibrato teso della precisa arcata del violinista. Anche qui Bignamini ha condiviso, con discrezione e sapienti cambiamenti di tempi e pesi sonori nel dialogo con il solista, l’idea del violinista, senza un solo momento di prevaricazione.
Nella seconda parte una sinfonia di Shostakovich, non fra le più eseguite, ma nemmeno fra le neglette: la Nona. “Nona” concepita come “sberleffo” a Stalin, ma forse no, che ha visto una direzione serratissima, veramente indiavolata di Bignamini. Alcuni direttori evidenziano la distanza, quasi da schizofrenia, dei due tempi estremi, il primo e l’ultimo, paradossali e sfacciati nello sbeffeggiare il mondo militare e guerresco (l’ Allegro iniziale con marcette e rullii tambureggiati in incisi strumentali bandistici e grotteschi) nonchè quello trionfale e pomposo degli apparati politici (i “galop” e i “can can” circensi dell’Allegretto conclusivo), con i tre centrali, dilatati espressivamente di sofferenza, rabbia e compianto.
E’ il caso, ad esempio, di interpretazioni come quella di Currentzis, che carica la Nona di un peso specifico molto alto, degno di quello delle sinfonie immediatamente confinanti, Ottava e Decima.
La scelta di Bignamini va in direzione opposta; coagulare tutto in uno scocco di freccia. Il secondo tempo è una rapida, leggera, danza ternaria sulla memoria, il terzo una fulminante rievocazione della “Toccata” dell’Ottava, come una citazione di un incubo ormai superato; il mistero dell’epicedio nel Largo un qualcosa da dimenticare presto nell’arrivo del “galop” finale.
Non sappiamo se è la lettura più congrua della Nona, ovvero quella che le rende più piena giustizia. Sicuramente è quella che maggiormente si avvicina all’irrisione massima nel declinare un trionfo, una Nona “per Putin”, come lo fu “per Stalin”, quindi perfettamente idiomatica.
Ci riallacciamo al titolo di questo articolo per concludere: sarebbe molto bello avere Bignamini come direttore stabile della Verdi, ma la nostra considerazione dell’attuale direzione generale è molto bassa, quindi non ci facciamo illusioni.
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