I Pomeriggi Musicali con Beatrice Venezi tra Mozart, Schoenberg e Milhaud

Correttezza e rispetto caratterizzano l’approccio musicale della musicista alla pagina scritta

Come noto questo non è un luogo di recensioni, nei confronti delle quali non abbiamo alcun interesse nè nella lettura nè nella scrittura. La “recensione” in quanto critica necessita forzatamente di una cultura che deve affondare il più precisamente possibile nella tecnica dell’arte verso cui è rivolta. In musica una recensione da parte di chi non ha mai aperto uno spartito, non conosce i segni di espressione, non sa cosa sia il solfeggio non ha alcun senso. Una critica che vorrebbe rendere di valore generale solo una propria opinione fondata sul proprio gusto personale è risibile.

Questo è un luogo di commenti, ovvero di come l’arte esplicitata da un’esecuzione possa essere riferita a parole, senza che a questo processo venga attribuito alcun valore che non sia strettamente connesso a un confronto con la pagina scritta, quando questo risulti utile per descriverla.

Sull’arte di Beatrice Venezi è stato scritto di tutto, sempre in negativo (giudizio di valore espresso da chi non ha mai aperto uno spartito) e quasi sempre da chi non ne ha mai ascoltato un’esibizione dal vivo; il nostro interesse a commentare la sua recente esecuzione è quindi quello di portare una descrizione del suo approccio musicale in un programma concepito con varietà (Sinfonia concertante per violino e viola di Mozart, Kammersymphonie n. 2 di Schoenberg, di rarissimo ascolto e con pochissimi documenti registrati, e “Le boeuf sur le toit” di Milhaud) , ma anche di una certa significativa difficoltà tecnica per il direttore, soprattutto in ragione dei ritmi complessi del II tempo della sinfonia da camera schoenberghiana.

Dal punto di vista strettamente tecnico ed esecutivo le esecuzioni sono state tutte caratterizzate da precisione, esattezza, rispetto del testo nei segni di espressione e un fraseggio flessibile. L’espressività, nella cura del porgere, è parsa sorvegliata, al limite della pudicizia.

Beatrice Venezi sembra più preoccupata di vigilare il discorso musicale in modo che mai possa essere o apparire personalistico: non appare però rinunciataria. La sua azione artistica può essere riassunta nella volontà di perseguire un ideale “mai troppo”. Mai troppo lento, mai troppo veloce, mai troppo forte, mai troppo piano. Tale ricerca di controllo può ricordare un pudore esecutivo velato di classicità scolastica.

Sul podio, nell’esercizio della sua arte, la personalità di Beatrice Venezi non rispecchia quella recepita attraverso la diffusione mediatica: è misurata nel gesto, sobria ed elegante nella presenza e nei ringraziamenti, quasi timida nel rapporto col pubblico e con l’applauso (molto vivo al termine del concerto dopo il Milhaud).

Più nel dettaglio abbiamo ascoltato un Mozart tipicamente classico, composto, molto fané , senza fascino salottiero d’altri tempi, uno Schoenberg dove i piani sonori emergevano chiari, lattei, inamidati e un Milhaud accarezzato e chiarificato in una sorta di confettatura, con tempi molto variati (come è prassi di tutti i direttori di nostra conoscenza che hanno affrontato “Le boeuf”, con l’eccezione dell’autore, la cui esecuzione prevede un’unica scansione metrica, senza rubati di sorta).

L’orchestra dei Pomeriggi Musicali ha mostrato correttezza ed espressione realizzando con esattezza le pagine scritte secondo le intenzioni del gesto proveniente dal podio.

Applausi, successo sentito.


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