L’Orchestra Sinfonica di Milano inanella un tris di concerti di gran livello, per l’impegno, per i capolavori presentati, di raro o men che esclusivo ascolto, e per realizzazione. Dopo l’intenso, sbigottente, superbo “War Requiem” di Britten con Vasily Petrenko, consacrato “alla pari” del suo omonimo, è ora il turno di Erich Korngold con la sua inaudita “Sinfonia in FA# maggiore”, vero capolavoro misconosciuto, (in Italia tanto sconosciuto da essere questa la prima esecuzione assoluta, incredibile!) tra le sue ultime composizioni (forse la penultima), datata 1952. Banco di prova impegnativo per orchestra e direttore, dove ogni due battute, letteralmente, vi è un cambiamento di ritmo in chiave, di rigido impianto tonale e di forma classica (lo scherzo, ad esempio, nella forma ABA(contratta)B(contratta) deriva direttamente da quello nella Settima di Beethoven), è, nella sua monumentalità, il concentrato del virtuosismo compositivo del musicista moravo naturalizzato viennese.
Di tinta ombrosa, cupa, striata da compianto e tragedia, risolve in un finale complesso di forzata positività, non dissimilmente dalle più famose sinfonie di Shostakovich.
La dedica a Roosevelt lascia pensare che, in ogni caso, nella scrittura elaborata venata di pessimismo, abbia giocato sia l’esperienza della guerra, sia il progressivo distacco del compositore dalla sua principale attività in USA, ovvero la composizione di colonne sonore, che gli valsero anche due Oscar.
Comunque l’intera partitura è un baricentro fondamentale per tutta la musica americana futura, da Corigliano a Williams: se vogliamo trovare le origini di pressochè tutti i compositori americani che oggi si ascoltano è a questa Sinfonia che dobbiamo volgere lo sguardo (senza dimenticare quanto, molto, quasi tutto, le orchestre americane siano state dipendenti dai musicisti tedeschi che ne costituirono cuore e guida fin dalle loro fondazioni).
Giuseppe Grazioli la affronta da par suo: pochissima, per non dire nessuna, inclinazione nostalgica, nessun riguardo nei confronti della “vecchia vienna”, da sfiorare con languide carezze timbriche rimarcanti sfinitezza ed estinzione (tutto Korngold è su questo piano in ogni sua opera un albero della cuccagna di tentazioni, per chi vuole azzardarne l’impervia salita; Grazioli sceglie di proposito un’altra strada, più celata) mentre invece innerva il tessuto con una fortissima e persuasiva inclinazione a narrare, a concentrare la lettura in un vero montaggio cinematico, ancor più che teatrale. Il direttore toscano è uno dei più efficaci narratori in musica, imbeve della sua inclinazione e passione del racconto, tutta la struttura della gigantesca partitura, costringendo il passo su sentieri diretti, spediti. La luce è vivida, i contrasti accesi, la pittura a larghe stese: questo catalizza l’attenzione, che viene sempre sostenuta da un’abilità nel far cantare le frasi con un’intensità mai sbracata, ma asciutta, sobria, concentrata.
Nella seconda parte i “bonbon” di Suppè (Poeta e Contadino), Lehàr (Ouverture da “Vedova Allegra”), Johann Strauss (Pipistrello-Ouverture) e, in apertura dopo la pausa, lo stesso Korngold nella sua ultima composizione (“Straussiana”, su temi delle operette meno conosciute del Re del Valzer) sono l’occasione per Grazioli di presentare una Vienna presente, giocosa, luminosa, da festa popolare ed entusiasmo contagioso. Una nota a margine: nei nostri commenti non amiamo effettuare paragoni, perché vogliamo descrivere l’interpretazione nella caratteristica sua propria, senza confronti. Però facciamo un’eccezione dicendo che Grazioli stacca i tempi di valzer con una proprietà, un gusto, un’ esattezza di rubato che, a nostra memoria, non ha riscontri in alcun direttore italiano da noi ascoltato.
Orchestra eccellente in ottima forma.
Successo caldo e affettuoso, e forte attesa per il terzo appuntamento del “tris” di cui dicevamo all’inizio: la “Turangalila” della prossima settimana.
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