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Daniele Gatti e l’Orchestra del Maggio nella Seconda e nella Terza Sinfonia di BeethovenFirenze · Teatro del Maggio Musicale Fiorentino · Sala Zubin Mehta · 28 giugno 2026

Accostare in una sola sera la Seconda e la Terza Sinfonia di Beethoven non è scelta di calendario, ma presa di posizione. La consuetudine vuole che fra le due corra un dislivello di natura, e non soltanto di grado: di qua un congedo cortese dal secolo dei Lumi, di là il varco oltre il quale comincia un’altra storia della musica. Daniele Gatti, che da quest’anno regge come Direttore Musicale le sorti artistiche del Maggio e che in queste settimane conduce l’orchestra fiorentina attraverso l’intero corpo delle nove Sinfonie1, ha ricongiunto i due lavori in un medesimo programma; e così facendo ha avanzato, in forma di concerto, una tesi che meriterebbe d’essere argomentata anche per iscritto: che la Seconda non prepari la Terza, ma le stia accanto.

Conviene muovere da ciò che si ascolta, prima d’azzardare ciò che se ne inferisce. Il Beethoven che Gatti propone è un Beethoven dell’affetto e dell’umanità. Gli impasti orchestrali sono a un tempo chiari e morbidi: le parti interne non vengono soffocate sotto la massa, sì che la trama si lascia leggere in trasparenza, e tuttavia nulla ha durezza o spigolo. I timpani non percuotono secchi, ma suonano scuri, quasi a prolungare e ad approfondire la regione dei bassi anziché a scandirla con colpi nudi: ne viene che il fondamento armonico acquista insieme peso e calore, e la percussione si fa continuazione dei violoncelli e dei contrabbassi più che loro contrappunto. I tempi sono sereni e mai forzati — il che non vuol dire lenti: assecondano ora il respiro del canto, ora la corrente che sospinge in avanti l’architettura. Da tutto ciò si ricava l’immagine di un Beethoven raccolto, rivolto all’interno, e non già esteriormente violento — un Beethoven, verrebbe da dire, di dentro.

È una scelta interpretativa, non un dato di natura, ed è bene tenerne distinti i due ordini: altro è descrivere un suono, altro dichiararne l’intenzione. Quel che qui si tenta è di seguire l’una e l’altra Sinfonia là dove queste qualità d’esecuzione trovano il loro senso, e di mostrare come, sotto la medesima luce, la distanza fra le due opere si assottigli fino a parere, più che un abisso, una soglia.

La Seconda, non più vestibolo

Vi è una lunga consuetudine che relega la Seconda nell’anticamera dell’Eroica: prova generale, esercizio di scuola condotto con mano sicura, ultimo omaggio a Haydn e a Mozart prima dello strappo. Gatti rifiuta questa subordinazione, e ha dalla sua un argomento che non è soltanto musicale, ma biografico. La Seconda nasce nell’anno stesso del Testamento di Heiligenstadt2, nei mesi in cui il compositore, posto di fronte all’irreparabile d’una sordità incipiente, sfiorò il pensiero della fine e ne risalì per sola forza di volontà e di vocazione. Che da quel fondo sia sgorgata non una musica di lamento, bensì una delle partiture più solari e vigorose dell’intero catalogo, è il paradosso da cui ogni lettura della Seconda dovrebbe muovere. Quella letizia non è ingenuità: è affermazione conquistata, atto eroico nel senso morale del termine. E se l’eroismo della Terza è quello d’un’umanità che lotta e trionfa, l’eroismo della Seconda è quello d’un’umanità che, sull’orlo della disperazione, sceglie la luce. In ciò le due opere sono pari.

L’ampia introduzione Adagio molto — la più estesa che Beethoven avesse fino ad allora premesso a una sinfonia — non è qui una soglia da varcare in fretta, ma uno spazio in cui l’orecchio prende dimora. Gatti ne asseconda l’andamento grave e ne lascia emergere l’arditezza armonica, le escursioni in regioni che già travalicano la cortesia del genere; e quando l’Allegro con brio si avvia, con quel disegno puntato che sale dai violoncelli e dai contrabbassi prima di propagarsi all’orchestra intera, lo slancio non si fa mai concitazione. Il brio è elasticità, non furia; e i timpani scuri, lungi dall’irrigidire il passo, gli conferiscono una gravità sorridente, come di chi avanza spedito ma con i piedi ben piantati.

È però nel Larghetto in la maggiore che la Seconda dichiara per intero la propria profondità, ed è qui che la serenità dei tempi e il tepore degli impasti trovano la più piena giustificazione. Movimento di puro canto, effusione melodica che pare nata per la voce prima ancora che per gli archi, esso espone una cantilena di grazia quasi schubertiana — e non per nulla Schubert ne serbò memoria — passandola di mano in mano, dagli archi ai clarinetti e ai fagotti, in un avvicendarsi di timbri che la trasparenza dell’esecuzione rende limpido senza renderlo freddo. Sotto la bacchetta di Gatti questo Larghetto non è grazioso intermezzo, ma uno degli atti d’umanità più alti che Beethoven abbia consegnato a un tempo lento: pagina che, in altra chiave d’affetto, regge il confronto con la stessa marcia funebre dell’Eroica. Vi si respira la medesima dignità del sentire; muta soltanto il segno, dal lutto alla pace.

Il terzo movimento reca per la prima volta, in una sinfonia beethoveniana, il nome di Scherzo, e non è dettaglio puramente nominale. Qui una cellula di tre note viene rilanciata fra le famiglie strumentali, dagli archi ai fiati, dal grave all’acuto, con repentini trapassi dal forte al piano che sono insieme gioco di dinamica e gioco di colore. La chiarezza degli impasti è qui condizione dell’arguzia: solo se ogni rimbalzo si ode netto, lo scatto umoristico raggiunge il bersaglio. Gatti non forza la mano sui contrasti, e proprio per questo essi colpiscono: la sorpresa nasce dalla naturalezza, non dall’enfasi.

Il finale, Allegro molto, si apre con quel guizzo paradossale — una breve fioritura seguita da un tuffo, quasi un singulto — che tanto turbò i contemporanei, al punto che la critica del tempo poté accostare il movimento a una creatura mostruosa e dibattentesi3. A distanza di due secoli, quel che ne resta non è la stranezza, ma l’ambizione: l’umorismo corrosivo, le pause che spiazzano, gli scarti armonici, e una coda smisurata che del frammento iniziale fa materia di grandezza. Letto dall’interno, anche questo finale ha un volto umano: la sua esuberanza non è chiasso, ma quella vitalità irriducibile che è l’altra faccia dell’affermazione di Heiligenstadt. Chi abbia ascoltato così la Seconda fatica, alla fine, a collocarla un gradino più in basso della sorella maggiore.

L’Eroica di dentro

Nessuna sinfonia porta su di sé, più dell’Eroica, il peso d’una retorica: quella del titanismo, del monumento di granito, dell’eroe che si erge immobile. La Sinfonia che avrebbe dovuto intitolarsi a Bonaparte, e che reca invece la dedica alla memoria d’un grand’uomo4, è anche quella più esposta a tale fraintendimento. La lettura di Gatti la sottrae al marmo e la restituisce alla corrente. Il tempo è sereno ma tutto proiettato in avanti, più rapido che lento: non indugia, fluisce. L’articolazione, pur trasparentissima, è morbida; e quella morbidezza si fa legamento del suono, sì che le note non si staccano in scheggia, ma si tengono l’una all’altra in un continuo. Ne nasce una sorta di «flou» che — lungi dall’annebbiare — scorre come un torrente di limpidezza: non sfocatura torbida, ma luce sull’acqua che corre. È in questa chiave che vanno intesi anche i due accordi di mi bemolle maggiore che la inaugurano (battute 1 e 2): non colpi di maglio, ma il dischiudersi d’una sorgente, cui i timpani scuri danno profondità — letto d’alveo, non percossa. Il tema dei violoncelli (dalla battuta 3), disteso sull’arpeggio dell’accordo perfetto, prende a scorrere; e quando, alla battuta 7, incontra quel do diesis estraneo alla tonalità — la celebre nota che è insieme nube e seme —, esso non arresta la corrente, ma vi affiora come un’increspatura che la trasparenza, e non l’indugio, rende percepibile.

La corrente non procede senza contrasti: la quadratura del tempo ternario è attraversata dai violenti sforzati in controtempo, controcorrenti che spostano gli accenti senza spezzare il flusso; e lo sviluppo, immenso, monta fino all’urto delle dissonanze martellate, fra i vertici d’asprezza espressiva che la musica avesse fino ad allora osato. Eppure, nel cuore di quel gorgo (intorno alla battuta 284), affiora un tema nuovo, in mi minore, che l’oboe intona con accento di canto: una voce umana portata dalla piena, che la trasparenza lascia emergere intatta. E poco prima della ripresa, intorno alla battuta 394, il celebre prodigio: sul tremolo sommesso dei secondi violini, ancora fermi sulla dominante, il corno attacca pianissimo il tema nella tonica. Nel morbido legamento del suono, quell’attrito — che parve un errore finanche a Ferdinand Ries — non è urto, ma affioramento, come d’una cosa che riemerge dalla corrente prima ancora che l’occhio la distingua. E quando, nella coda — un secondo sviluppo travestito —, il tema giunge finalmente spiegato nella sua interezza, con i corni raggianti, è il largo aprirsi della foce, non l’erezione d’un monumento: la nube del do diesis si è sciolta in luce, e l’eroismo si rivela moto e divenire, non stasi.

È però nella Marcia funebreAdagio assai, in do minore — che questa visione dà la sua prova più sorprendente. Sotto altre bacchette essa è il vertice tragico dell’opera; qui non ha connotati di tragedia, ma di umanità e di conforto. Gli archi, pianissimo, intonano il corteo sul passo grave dei bassi, e i timpani scuri ne velano la cadenza come un tamburo coperto: non rintocco funesto, ma andatura raccolta. Poi l’oboe raccoglie il canto, e la sua è voce d’uomo che ricorda, non che dispera. Si apre quindi l’episodio in do maggiore — consolazione, luce che filtra fra le nubi — che in questa lettura non è parentesi, ma cuore della pagina. E al ritorno del minore, quando il tema si fa fugato e sale al suo parossismo, la compagine fiorentina lo sostiene senza mai indurirsi, ché anche il dolore, qui, resta dentro il flusso. Persino la fine — il tema che ritorna e si spezza in frammenti separati da silenzi, il ritmo che vacilla come un respiro che si quieta — non suona come annientamento, bensì come un commiato sereno, un deporre dolcemente: la corrente che rallenta in un’ansa prima di riprendere il cammino. Non un’anima annichilita, ma un’anima consolata.

Dal commiato consolato la corrente riprende e si fa vita nello Scherzo in mi bemolle maggiore, che da un brusio pianissimo di archi staccati si leva, per accumulo, fino all’esplosione del fortissimo: l’arco dinamico, dal quasi nulla al pieno, è la piena che torna a gonfiarsi. E il Trio affida a tre corni — la celebre innovazione organica della partitura — i loro richiami di caccia, che sotto la bacchetta di Gatti suonano caldi e festosi, mai squillanti per solo gusto di squillare. La vita riprende là dove il corteo non l’aveva interrotta, ma soltanto deposta.

Il finale, Allegro molto, corona coerentemente questa idea dell’eroico come fare e divenire: è una grande serie di variazioni su un tema che Beethoven aveva già fatto proprio nel balletto Le creature di Prometeo e nelle Variazioni op. 35: scelta non casuale, ché Prometeo è il portatore del fuoco, l’eroe che plasma e fa l’uomo. Dopo la folata d’avvio, Beethoven presenta dapprima il solo basso del tema — uno scheletro pizzicato, quasi spoglio — e su quel fondamento, di variazione in variazione, edifica via via la melodia: si ode la fondazione prima dell’edificio, in un fare che ripete in musica il gesto creatore. Procedono così il fugato e le trasformazioni del disegno, fino alla sublime variazione Poco Andante, in cui il tema si distende in un canto largo e profondamente espressivo affidato ai fiati: ed è qui, non nella perorazione conclusiva, il punto in cui la corrente si raccoglie in un lago di pura limpidezza — prima che la coda Presto la lasci precipitare nel giubilo. L’eroismo dell’Eroica si rivela, all’ultimo, un creare e un fluire più che un vincere.

Il dittico

Ascoltate nella stessa sera, l’una dopo l’altra, la Seconda e la Terza non si dispongono più come un prima e un poi, ma come i due pannelli d’un medesimo dittico. Ciò che le tiene insieme è proprio quell’interiorità che la lettura di Gatti pone in primo piano: la stessa attenzione al canto, lo stesso rifiuto dell’enfasi, la stessa volontà di far parlare l’opera dal di dentro. I mezzi sonori che si sono descritti — i timpani scuri che estendono i bassi, la morbida chiarezza degli impasti, la serenità dei tempi — che ora si fa riposo del canto, ora limpida corrente proiettata in avanti — non sono vezzi di gusto, ma strumenti d’un disegno: servono a dissolvere la falsa opposizione fra la Seconda «minore» e la Terza «monumentale», e con essa quell’altra, più tenace, fra l’umano e l’eroico.

Vi fu chi, nella nostra tradizione critica, insegnò a cercare la grandezza di Beethoven non nel fragore, ma nella statura morale, nel coraggio d’un’umanità che si fa carico di sé: ed è precisamente questa grandezza che una sera come quella del Maggio rende udibile. La Seconda non è il vestibolo della Terza, perché la sua affermazione strappata al buio e il lutto consolato dell’altra sono la medesima cosa, vissuta in due regioni dell’animo. Il timpano scuro, che prolunga il basso senza percuoterlo, ne è quasi l’emblema: gravità senza violenza, profondità senza durezza. È, in fondo, il modo in cui un grande interprete può ancora dirci qualcosa di nuovo su pagine che credevamo di conoscere — restituendocele non più alte, ma più vere.


  1. Sala Zubin Mehta, 28 giugno 2026: terzo dei quattro concerti del ciclo integrale delle nove Sinfonie affidato a Daniele Gatti, Direttore Musicale del Maggio dall’88° Festival. Il ciclo si è aperto il 18 giugno (Prima, Quarta, Settima) e si chiude il 1° luglio (Ottava e Nona). ↩︎
  2. Il Testamento di Heiligenstadt, indirizzato ai fratelli e mai spedito, reca la data del 6 ottobre 1802, con poscritto del 10. La Seconda fu ultimata in quei mesi e presentata il 5 aprile 1803 al Theater an der Wien. ↩︎
  3. L’asprezza del finale suscitò aperto disagio in parte della critica contemporanea, che giunse a descriverlo con immagini di mostruosità. Si è preferito non riprodurne le parole. ↩︎
  4. La partitura avrebbe dovuto intitolarsi a Bonaparte; appresa l’incoronazione imperiale (maggio 1804), Beethoven — secondo la testimonianza di Ferdinand Ries — ne cancellò con sdegno la dedica. L’edizione a stampa del 1806 reca il titolo Sinfonia eroica, composta per festeggiare il sovvenire di un grand’uomo. ↩︎

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