L’impronta personale e di estrema forza interpretativa che si ravvisa in ogni esecuzione di Daniele Gatti è tale da consentire riflessioni anche a giorni di distanza dai concerti, perché le novità di lettura sono tali da sedimentarsi nel tempo; ci si ritrova quindi a riflettere su ciò che si è ascoltato non solo nell’ “hic et nunc”, ma anche successivamente, ponendosi domande e dando risposte.

Domande e risposte, il famoso “perché” che è sotteso, che è il punto chiave da cui si dirama l’interpretazione: “perché il compositore scrive così”? Esiste un video su RaiPlay delle prove di “Rigoletto” al Circo Massimo dove Daniele Gatti esprime proprio questo concetto: le sue parole testuali sono: “il mio compito è chiedermi perchè e dare musicalmente la risposta”.

Non conosciamo le domande che Gatti si è posto davanti alle due partiture di Mendelssohn e Mahler a Santa Cecilia, però dai due ascolti nella prima replica di giovedì e nell’ultima di sabato, possiamo azzardare le risposte. Innanzitutto partiamo dal trait-d’union del LA, suono di natura, ma anche bellezza, arte, paesaggio che accomuna le due sinfonie; ma di bellezza si può morire, la natura nasconde sempre, nel migliore dei casi dietro al velo Pan, la luce del sole cede il passo alle ombre della notte. Così abbiamo una lettura dell’Italiana improntata ad un lirismo inquieto, asciuttezze e trasparenze si assottigliano fino a diventare scheletriche, talune accentuazioni presagiscono increspature novecentesche, anche mahleriane per l’irruzione simultanea di effusività contrastanti (esempio tenerezza/angoscia, dolcezza/amarezza). Il “saltarello” finale acquista in particolare un’ombreggiatura nuova: non più solare festa di campagna, ma notturna “danse macabre” nella luce tremolante di fiaccole incerte.

Nella nostra vita di ascoltatori non abbiamo quasi mai ascoltato “Titano” deludenti: è una sinfonia che racchiude “ab origine” tutto il mondo di Mahler futuro e si presta a rivelare il proprio contenuto anche quando sottoposta ad osservazioni interpretative molto oblique.

La lettura di Gatti, luminosa, tersa, condotta con il suo tipico suono chiaro e trasparente cala progressivamente dal paradiso incontaminato del “Naturlaut” del primo tempo alla lotta selvaggia e furente dell’ultimo, squarciato dall’episodio del secondo tema condotto con la dilatazione agogica di un rubato così struggente ed ampio, da amplificare cosmicamente il “cuore ferito” dell’irruzione iniziale.

Per finire, non possiamo non notare che questa volta Gatti, nella sua volontà di condurre il tutto sul piano musicale, trascura l’indicazione di Mahler di far alzare in piedi i corni nell’ultima perorazione a chiusura della sinfonia: a nostro avviso si tratta di una perdita di effetto, anche musicale, perchè in Mahler la sinfonia è anche teatro e il gesto scenico indicato in partitura è musica.


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