Il pregio principale dei concerti di Daniele Gatti è che si esce sempre un po’ diversi da come si è entrati in sala. Non è mai scontato, e si è sicuri che in qualche modo si verrà sorpresi. Le sue letture sono sempre originali, ma sempre “dentro” la partitura, scoprendo in essa situazioni, equilibri e talvolta, come in questo caso, che poi diremo, evidenze da far pensare all’ascoltatore le famose parole di Beethoven sullo spartito dell’ op. 135: “Muss es sein? Es muss sein!”.
Un’altra caratteristica di Gatti, che lo differenzia sostanzialmente da tutti gli altri musicisti, è che spesso interpreta lo stesso autore in maniera differente, non solo con riguardo all’ambiente o allo strumento di cui in quel momento si avvantaggia (ad esempio la Mahler Chamber Orchestra rispetto, chessò, alla Filarmonica della Scala), ma anche rispetto al programma che in quel momento presenta.
E’ il caso, ad esempio, di questo Mozart, presentato ieri, molto differente da quello delle ultime sinfonie da lui presentate qualche anno fa a Firenze e nella provincia emiliana, oltre ad esserlo, naturalmente, rispetto alle remote performance con la “Stradivari” alla fine degli anni Ottanta dello scorso secolo. Allora era un Mozart esatto, teso, analitico, fermo, energico, virile, anche quello dalla scrittura più aggraziata delle “serenate” e dei “divertimenti”. Nel concerto di ieri veniva ricreato, al contrario, un Mozart raffinato, serico, come sgorgante da una lontana fontana di luce persa nel fluttuare di un lontano ricordo. Le dinamiche erano ricchissime, ma tutte raccolte nell’ambiente sonoro del “piano”, l’articolazione della frase spumosa e leggera, il fraseggio terso e pieno di grazia. E’ vero che la K201 non è la k183 nè tanto meno la “Praga”, però non avevamo mai sentito da Gatti un approccio a Mozart così pulito ed etereo.
Probabilmente la vicinanza con questo Mozart ha fatto sì che il Shostakovich della Quinta Sinfonia apparisse non solo “classico”, ma anche profondamente europeo. La sinfonia op. 47 è sicuramente fra le quindici del compositore russo (sedici se ci aggiungiamo il capolavoro dell’opera 110 “da camera”, trascrizione dell’Ottavo Quartetto ad opera di Barshai, ma fatta propria dal compositore) quella che più aderisce alla struttura formale del genere sinfonico, unitamente alla Decima e probabilmente non è un caso che siano entrambe le sole che Gatti abitualmente dirige.
Il suo approccio è stato lontano, diremmo all’opposto, dello stilema russo, che vuole ruvidezza, taglienza,accentuazione di qualche carattere grottesco con legni sempre in primo piano e possibilmente dal colore livido, bensì molto pudico, intimo, sottilmente inquieto (i rintocchi dissonanti delle arpe nel primo tempo, leggerissimi e carichi di angoscia, la confessione tragica di quel soliloquio di anima persa che è stato il capolavoro del III tempo) che a noi ha ricordato un mondo misterioso e terribile, più suggerito che gridato, quale quello del Pelleas di Debussy.
La “vexata quaestio” a proposito dell’ottimismo del finale ormai non lo è da decenni. Tutti gli interpreti oramai sanno benissimo che si tratta di un “ottimismo finto”, supportato anche dalle parole di Shostakovich che, morto Stalin, ne rivelò il senso: “è come se ti costringessero ad essere felici bastonandoti”. Quindi il vero problema non è tanto chiudere o non chiudere la sinfonia con “ottimismo”. Nessuno lo fa più: da Mravinsky a Temirkanov, da Kondrashin a Chung a Mitropoulos. E’ piuttosto farlo “originalmente”: dare l’idea di un ottimismo finto, non di una tragedia. E qui, veramente, Gatti ha trovato l’uovo di Colombo, ovvero ha realizzato in maniera compiuta ciò che è effettivamente scritto da Shostakovich, come analogamente aveva proceduto con il Rigoletto di Verdi che tanto apparve nuovo perchè rispettosissimo di ogni indicazione del compositore. Cosa fa Gatti nelle ultime battute della sinfonia? Laddove tutti gli altri trattengono il tempo lui, alla cifra 138 della partitura dove tutto si risolve in re maggiore con il colpo di piatti ed il “la” ribattuto da tutti gli archi che supportano la fanfara degli ottoni intervallata dal “re-la” dei timpani in fortissimo lo riporta alla più veloce scansione originaria come da indicazione di Shostakovich e da lì non lo molla mai, giocando viceversa con una sonorità illividita e non trionfale. In questo modo, tenendo il tempo veloce, le ultimissime battute con l’intervento della grancassa vengono eseguite come è scritto, con la grancassa in unisono con i timpani dando l’idea di un precipitare, di un collasso. Vittoria collassata, decapitata.
Ci siamo dilungati su questo passaggio perché francamente è l’unica volta che abbiamo ascoltato la chiusa della sinfonia in questo modo e abbiamo voluto metterci il naso.
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