Come noto secondo Oswald Wirth, esoterista svizzero vissuto a cavallo dei due ultimi secoli, la conoscenza umana può essere acquisita attraverso due percorsi: la “via secca”, quella che utilizza la ragione, il pensiero, lo studio, e la “via umida” quella che utilizza l’istinto, l’immediatezza emozionale, l’intuizione sentimentale. Indubitatamente il Maestro Daniele Gatti costruisce il suo sapere musicale attraverso la prima via giungendo a un possesso dell’oggetto, in questo caso la partitura musicale della Nona sinfonia di Gustav Mahler, talmente stupefacente da considerarsi quasi a livello subatomico (ricordiamo che esegue tale sinfonia da più di una trentina d’anni e la studia, si immagina, da ancora di più).
E’ evidente che tale sapere, nell’atto musicale, si deve tradurre in comunicazione attraverso il gesto all’orchestra e attraverso l’orchestra alla produzione del suono e attraverso il suono all’ascoltatore. Ed’ è pure evidente che, essendo tale suono prodotto principalmente dalla mente, esso stringa e co-stringa la mente dell’ascoltatore in una concentrazione assoluta e cogente. Non uno sforzo, però. E’ una forma di possesso mentale che, se è vero che al termine può lasciare spossati, quando si esce dal concerto si è trasformati, e la Nona di Mahler, l’idea che ciascuno ha della Nona di Mahler, probabilmente la Nona di Mahler stessa, svela un suo lato nuovo.
Nel caso di questi giorni il lato nuovo è la progressiva dissoluzione della forma, lo sgretolamento del suono, del quale alla fine resta solo un unico filo di tela di ragno lacerata disgregata, che si accompagna alla progressiva disintegrazione strutturale dell’architettura della sinfonia conducendo al nulla del vuoto silenzio. Viene bandita dall’interpretazione ogni effusione; ogni attenzione è dedicata alla materializzazione del suono nella più grande e impensabile realizzazione della materia musicale oggettiva possibile. La partitura viene percorsa dal Maestro Gatti in un modo che va oltre la “radiografia”, viene proiettata direttamente, tradotta in suoni, nella mente dell’ascoltatore in una maniera, per esemplificare, che l’intervallo discendente, la microcellula melodica e armonica su cui è fondata l’intera partitura, un intervallo di due note che diventa tema ai violini, viene reso così riconoscibile dalla sua nascita al clarinetto in pp alla nona misura, cifra 1, alla sua morte per disfacimento, nelle ultime misure della partitura degli archi, da essere veramente identificato dall’ascoltatore in ogni sua apparizione, trasmutazione, citazione, trasformazione, lacerazione, come un indicazione stradale per tutta la durata del pezzo. Una “via secca” dell’ascolto: noi non abbiamo mai sperimentato niente del genere in vita, nè in disco, nè dal vivo. La dissoluzione dello spirito resa evidente, meglio dire creata, attraverso la dissoluzione della struttura, e questo l’ascoltatore lo legge nella partitura perche Gatti gliela trasmette nella testa, capendola come mai è accaduto; capendo la morte come destrutturazione della forma musicale. Capendo, non comprendendo. E’ qualcosa che lascia attoniti.
Non è importante qui la descrizione dei singoli movimenti della partitura: la locandina esposta dalla Scala, inopinatamente, recita solo: “Gustav Mahler: Sinfonia n.9 in re maggiore”. Quello è, l’articolazione dei quattro tempi, con tutte le citazioni del mondo mahleriano e della civiltà musicale costitutiva di esso (riconoscibilissime e evidenti, tutte), le impalcature armoniche, sono parti del percorso per cui quella cellula che origina la vita della sinfonia nasce balbettando e poi muore. E questo percorso è una via di ascolto, lo ripetiamo perchè è cruciale, condotta dal pensiero dell’interprete il più oggettivizzato possibile e sperimentato: quello dell’enorme Maestro Gatti.
Non possiamo trascurare l’altrettanto eccezionale prova dell’orchestra filarmonica. Ricordiamo l’epoca in cui affrontava per la prima volta questa sinfonia come un’ impossibile scalata di una parete alpinistica, fallata da innumerevoli incidenti di percorso. Qui, ieri sera, un primo corno che ha ricevuto ovazioni, fatto alzare subito dal Maestro Gatti, per l’impeccata prova, esatta, precisa, pulita. Come tutta la sezione degli ottoni , mirabile. Archi e legni in gloria, va da sè, i primi radiosi e lucenti (il tipico suono innervato e opalescente di Gatti in quella sezione), i secondi densi e scuri (il controfagotto!).
Non ne scriviamo i nomi perché il programma di sala non ne indica precisamente la composizione, cosa che dovrebbe essere fatta dall’ufficio preposto alla sua redazione.
A proposito del programma di sala: saggio di Ugo Duse illuminato.
A proposito dell’esito: eccezionali acclamazioni.
A proposito del pubblico: un assassino di musica, anzi un assassino e basta ha fatto squillare una suoneria esattamente nello spegnimento dell’ultimo accordo in morendo di secondi violini, viole e violoncelli della sinfonia, ossia nell’istante preciso della Morte del Mondo. Cotale assassino espierà con la sordità.
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