La Società del Quartetto ha inaugurato alle ore 20.40 di ieri sera, nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, la sua centocinquantanovesima stagione, con una prolusione di circa dieci minuti della sua responsabile artistica che conteneva ringraziamenti a sponsor e abbonati e un generale imbrodamento molto milanese sulla qualità tenacemente perseguita dall’organizzazione nei secoli dei secoli.
A seguire è entrata l’Orchestra Mozart che, diretta dal Maestro Daniele Gatti, ha offerto al pubblico inaugurale la sequenza beethoveniana, in questo ordine, delle sinfonie numero 4, intervallo, numero 5, intervallo, e numero 6.
Non sappiamo a che ora sia terminato l’happening, perché al termine del secondo intervallo, sull’ondata ancora risuonante del definitivo do maggiore dell’ultimo accordo della Quinta, non eravamo più in grado di seguire con cognizione di causa il resto del programma e siamo usciti dalla sala per andare a mangiare; “Mangiare, sempre questa parola b a n a l e” (Toscanini a Valdengo durante una prova del Falstaff).
Gatti si è fatto ammirare in una raffinata, morbida, mobilissima, densa, pastosa Sinfonia n. 4 e in una tagliente, decisa, rapida, tesa, plastica e assolutamente non secca e asciutta Sinfonia n.5. Colpiva la scelta, in entrambe le sinfonie di favorire il riverbero dei timpani privilegiando una sonorità in continuità con i bassi, mai adusta, dando risalto all’ampiezza in bassorilievo del discorso musicale che però sottraeva energia, anziché conferirla al divenire sinfonico. Ciò risultava evidente ed esplicito nella Quarta, ma anche nella Quinta, nonostante i tempi rapidi, si percepiva sensibilmente questo smussamento attenuante.
Abbiamo ammirato, senza dubbio, ma non amato.
Grazie per l’ospitalità.
P.S. Non abbiamo alcun dubbio sull’immensa statura di musicista, interprete, tecnico e studioso del Maestro Daniele Gatti e non abbiamo alcun dubbio sulla sua scelta di porgere in un’unica serata tre monumenti sinfonici di Beethoven in quel preciso ordine, che potremmo anche ipotizzare, alla luce dell’esecuzione della Quarta, olimpico, con una op. 68 a rispecchiarsi in una op. 60 introduttiva, entrambe incorniciando la battaglia vittoriosa dell’op. 67.
Ma, per la nostra infima capacità di ascolto, tale scelta, unita alla dinamica progressiva della successione dei brani in sede esecutiva, e per l’esecuzione stessa che costringeva la successione di note in sentieri non scontati, ma non per forza emozionanti, si è rivelata indigeribile.
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