Daniel Lozokovich, Emmanuel Tjeknavorian, con la Sinfonica di Milano

Al terzo ascolto di un suo programma sinfonico il Maestro Tjeknavorian si conferma interprete di rango e di spiccata personalità musicale. Il suo approccio alla musica è naturale, energico, vitalista, di immediata comunicativa e quindi naturalmente coinvolgente, drammaticamente narrativo in una speditezza esecutiva dal fraseggiare sempre fluido e flessibile.

Con tale capacità di sintesi e fulminante adesione emozionale al testo e all’auditorio troviamo che molto difficilmente Tjeknavorian incorrerà in esecuzioni interlocutorie ; la stessa natura del suo approccio a ciò che dirige lo impedirebbe, perchè ogni autore può trovare giovamento dal suo candore.


Così Mendelssohn, cavalleresco e lucente, terso e appassionato , privato delle brume nordiche a vantaggio di una continuità espositiva avvincente e coinvolgente. Così Schubert, in bilico espositivo tra Rossini ed Haydn, entrambi grandi autori che sapevano rendere la musica teatro, in una sinfonia solo apparentemente “piccola”, ma che nella coda finale già nell’orizzonte sfuma nelle grandi architetture armoniche della sua sorella maggiore “grande”. Qui Tjeknavorian, al netto di un tempo “moderato” fatto in realtà “presto”, escogita, nell’impossibiità materiale e tecnica della “stretta”, la soluzione di ingigantire la struttura del suono, così da far dire a Schubert: “guardate, sono sempre io, quello della Nona”.


Fra l’uno e l’altra il capolavoro di Schumann per violino e orchestra con Daniel Lozakovich, dal suono vibrante e scultoreo, capace di infiniti trasalimenti e innervature come spasmi di melos proiettati su attese angoscianti. Qui il rapporto con l’orchestra e il direttore è stato più che un dialogo un rifugio: Tjeknavorian ha sostenuto la visione del solista insieme austera e stupefatta, servendola più che condividerla. L’esito, trionfale, coronato da un bis di Ysaye, la Terza sonata del suo gruppo di 6, op. 27 in re minore “Ballata”, un concentrato poetico in chiave novecentesca in cinque minuti degli abbandoni e degli slanci del pezzo che lo precedeva, quasi una sua parabola musicale.


Orchestra esatta, precisa, reattiva. Pubblico entusiasta. Tjeknavorian ha il “quid”, che pochi a 30 anni, a nostra memoria di ascolto hanno avuto; prima di lui, solo due.


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