Elegia ed esilio ai confini dell’impero nel concerto della GMJO al Teatro Comunale
In una Bolzano che serba ancora memorie d’Impero, la serata con Manfred Honeck, Renaud Capuçon e la Gustav Mahler Jugendorchester non è un concerto, ma un dittico sul crepuscolo.
Un programma di disarmante intelligenza, che accosta due mondi solo in apparenza distanti, due destini che si specchiano nel tramonto del Romanticismo: l’esilio dorato e la memoria struggente di Erich Wolfgang Korngold e la lotta febbrile e nevrotica contro il Fato di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Un percorso che va dalla Vienna perduta all’anima russa squassata, un viaggio nella psiche di un’Europa sull’orlo del baratro.
I. Korngold: L’ultimo Canto della Finis Austriae e la sua Metamorfosi
Il Concerto per violino in Re maggiore op. 35 di Korngold, liquidato per decenni dalla supponenza modernista come “Hollywood-Kitsch”, è in realtà un’opera testamentaria. La sua esecuzione, un tempo sporadica, è oggi un atto di giustizia storica. L’intelligenza del programma odierno sta nel rivelarne la struttura interna come una metamorfosi, un percorso in tre atti dalla Vienna di Mahler e Strauss alla scintillante vacuità della California.
- Moderato nobile: L’eco del Prater. Il primo tempo è Vienna. È l’ultimo bagliore di un mondo. L’attacco del violino solista, con quel tema di ampiezza straussiana tratto da Another Dawn (1937), non è citazione, ma memoria involontaria. L’arpeggio ascendente che fiorisce in un intervallo di sesta maggiore è un gesto di slancio, di nostalgia pura. La scrittura orchestrale è opulenta, un velluto sonoro su cui si staglia la linea del solista. Il secondo tema, con reminiscenze da Juarez (1939), pur più raccolto, si espande in un lirismo che è ancora eco della Secessione, non del Technicolor. È un’elegia, non un idillio.
- Romanza: Andante: Il Sogno Infranto. Il secondo movimento è il cuore del sogno. La melodia principale, proveniente da Anthony Adverse (1936), è una delle più pure invenzioni di Korngold. La sua dolcezza non è mai stucchevole, ma velata da una malinconia che solo un esule può comprendere. L’orchestrazione si fa rarefatta: flauto e arpa creano un’aura trasognata, il violino canta in una tessitura acuta, quasi smaterializzata.
- Finale: Allegro assai vivace: L’Apparato Hollywoodiano. Con l’ultimo movimento, la trasformazione è compiuta. Vienna è un fantasma. Il tema principale, da Il principe e il povero (1937), ma rielaborato in modo da essere la trasformazione affermativa del “Moderato nobile”, ci proietta in un nuovo mondo. La scrittura violinistica abbandona l’elegia per abbracciare un virtuosismo pirotecnico, esteriore. È la grande musica di un genio europeo piegata alla logica dello spettacolo. Il percorso è concluso: dalla memoria al presente, dalla cultura all’apparato.
II. Čajkovskij: La Lotta Senza Tregua
Se Korngold è l’esule che sublima la perdita in bellezza, Čajkovskij è l’uomo che lotta corpo a corpo con i propri demoni. La sua Quinta Sinfonia in mi minore op. 64 è un’opera onnipresente, la cui sfida è restituirla nella sua nudità tragica. Il punto di contatto con Korngold è sottile ma cruciale: entrambi scrivono dal profondo di una crisi. Ma dove Korngold guarda indietro, Čajkovskij si guarda dentro. La sinfonia è dominata da un “Motto” che è epigrafe del Fato, una cellula generatrice che torna ossessivamente.
Il secondo movimento, Andante cantabile, con alcuna licenza, rappresenta il cuore pulsante dell’intera sinfonia. Qui, dopo l’introduzione degli archi, emerge la confessione, l’epifania lirica affidata al corno solista. La sua melodia, nella tonalità di Re maggiore, è un capolavoro di equilibrio che si apre con la nota La, la dominante, creando un senso di nobile attesa. È un’aria senza parole, sostenuta da un’armonia di semplicità quasi pudica che ne amplifica la potenza. L’esecuzione di questo assolo è il banco di prova per ogni primo corno: richiede un suono scuro e vellutato, un legato sovrumano e un controllo psicologico assoluto di fronte a un’esposizione totale. È il momento in cui l’anima russa, stanca della lotta, si abbandona al canto. Ma, come nel Valzer successivo, il Fato tornerà a spezzare l’incanto.
Il Finale, con la sua marcia trionfale in Mi maggiore, rimane ambiguo. È una vittoria autentica o un’isteria di facciata? Ascoltando bene, quell’apoteosi ha in sé qualcosa di forzato, di urlato. È la volontà che si impone sul destino, una celebrazione quasi barbarica che non risolve il dramma, ma lo soffoca sotto il peso degli ottoni.
L’Interpretazione: Il Canto dell’Esule e la Grazia della Nevrosi
Di fronte a un simile dittico, il rischio della sentimentalità e dell’effettismo è sempre in agguato. Il merito di Manfred Honeck e Renaud Capuçon è stato quello di aver eluso la trappola, offrendo una lettura di aristocratica intelligenza e di profonda coerenza stilistica.
In Korngold, Honeck non ha diretto: ha cesellato uno scrigno sonoro per la voce di Capuçon. L’orchestra non è mai stata un semplice accompagnamento, ma un’emanazione del canto solistico.
Honeck ha servito il solista con sonorità sempre di completamento, avvolgendo il fraseggio struggente del violino in un’atmosfera da vecchia Vienna, dove il profumo del tardo Ottocento era presenza fisica. Il suono orchestrale era denso ma trasparente, un velluto su cui il timbro di Capuçon, mai forzato e sempre lirico, poteva risplendere come una reliquia. Quello che abbiamo ascoltato non era un concerto per violino e orchestra, ma un dialogo fra l’anima di un esule e il fantasma del suo mondo perduto.
Radicalmente diversa, e per questo geniale, è stata la lettura di Čajkovskij. Lungi dal calcare la mano sul pathos e sulla magniloquenza, Honeck ha scelto una poetica della leggerezza e del pudore. Il canto non era mai spiegato, ma intimo e colmo di grazia. L’assolo del corno è stato emblematico: non un grido di dolore, ma una confessione sussurrata. I grandi temi lirici sono stati accennati più che declamati, affidati a un fraseggio sottile, quasi cameristico, che ne ha esaltato la vulnerabilità. Questa scelta, tuttavia, non ha significato rinunciare alla passione. Al contrario, ha reso le accensioni di vibrante e violenta passione ancora più sconvolgenti.
Gli scatti febbrili, gli ottoni improvvisamente minacciosi, i pieni orchestrali apparivano come squarci improvvisi in un tessuto di grazia nevrotica, rivelando la lotta interiore con una lucidità quasi clinica. Una lettura che ha liberato Čajkovskij dalle sue stesse scorie retoriche per restituircelo nella sua più nuda e moderna verità psicologica.
La cronaca annota due bis, uno per parte. Capuçon ha riproposto la trascrizione per violino e archi de “El cant dels ocells” già dato nel precedente concerto (il brano riveste fin dal suo recupero da parte del violoncellista Pablo Casals il ruolo di inno alla pace) mentre Honeck ha salutato il pubblico con il “Mattino” dal “Peer Gynt” di Grieg.
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