Un’inversione di programma trasforma una serata di grande musica in una profonda meditazione sul rapporto tra l’individuo e l’universo sonoro del primo Novecento.
Un’inconsueta e, per effetto di una fortuita indisposizione, ancor più rivelatrice accoppiata programmatica ha illuminato la Sala Magna del Conservatorio di Bolzano lo scorso 6 agosto. Il previsto ordine della serata è stato capovolto, un’inversione che ha trasformato l’ascolto in un percorso drammaturgico inatteso e profondamente coerente.
Si è partiti dalla monumentale Seconda Sinfonia di Jean Sibelius per approdare infine al microcosmo dei Rückert-Lieder di Gustav Mahler. Sotto la guida magistrale di Sir John Eliot Gardiner, alla testa di una reattiva Mahler Academy Orchestra, questo viaggio dall’epica collettiva all’introspezione individuale ha trovato un sorprendente trait d’union nella sua lettura analitica e trasparente, capace di svelare i nessi di una modernità nascente che andava oltre il tardo-romanticismo.
La serata si è dunque aperta con la Seconda Sinfonia in Re maggiore, Op. 43 di Sibelius. Lungi dall’offrire una lettura di stampo tardo-romantico, tesa a sottolineare unicamente l’impeto eroico e l’epos nazionalistico finlandese, Gardiner ha affrontato la partitura come un organismo architettonico, mettendo in luce i suoi blocchi costruttivi quasi brutalisti.
La sua proverbiale ricerca della trasparenza ha agito come un solvente, scrostando la patina di retorica per svelare l’ossatura modernista della scrittura sibeliana. Fin dall’Allegretto iniziale, è apparsa chiara l’intenzione del direttore.
Il celebre motivo germinale di tre note ascendenti non è stato presentato come un “tema” nel senso classico, ma come una cellula genetica. Gardiner ha dato risalto alla sua iterazione, frammentazione e ricombinazione, evidenziando come Sibelius costruisca il discorso non attraverso uno sviluppo lineare, ma per accumulo e giustapposizione di blocchi sonori.
La concertazione ha messo in risalto la peculiarità della strumentazione: i pizzicati dei contrabbassi e violoncelli all’inizio del secondo movimento (Tempo andante, ma rubato) non erano un semplice accompagnamento, ma un evento timbrico primario, un battito primigenio da cui emergeva un canto desolato dei fagotti.
È nel trattamento della massa orchestrale che Gardiner ha compiuto il suo affondo più radicale. Anziché cercare un amalgama omogeneo, ha mantenuto una netta separazione tra le famiglie strumentali. Le sezioni dei legni emergevano con timbri aciduli e distinti, gli ottoni intervenivano in blocchi corali quasi liturgici, e gli archi, specialmente nei tremoli e nei passaggi più veloci del Vivacissimo, assumevano una qualità materica, quasi puntillistica.
Il fulcro dell’epos finlandese, dunque, è stato trasfigurato. Non più narrazione di una lotta e di un trionfo, ma piuttosto la rappresentazione di un paesaggio elementale, la cui grandezza deriva dalla sua stessa, aspra essenza. Il celebre crescendo che lega il terzo e il quarto movimento è stato costruito da Gardiner non come un’onda emotiva, ma come un processo geologico, che sfocia nel tema in Re maggiore del Finale, presentato con una sorta di ieratica oggettività.
Concludere il concerto con i Rückert-Lieder ha significato passare dal telescopio al microscopio, dalla saga di un popolo al diario di un’anima.
L’inversione ha creato un arco narrativo potentissimo: dopo aver attraversato il paesaggio monumentale e quasi impersonale di Sibelius, il silenzio che ha preceduto il primo Lied ha assunto il peso di una cesura esistenziale. L’ascoltatore, immerso nell’epica, è stato richiamato a una dimensione interiore, più fragile e umana.
Questa scelta ha trasformato il ciclo mahleriano in una profonda postfazione filosofica alla sinfonia. L’eroismo del mondo esterno celebrato da Sibelius si è confrontato con la quieta ritirata dell’artista, con il dramma interiore della creazione e della mortalità.
I giovani e talentuosi solisti della Mahler Academy – Rachael Simone Best-Babayeju, Borbala Marta Soós, Filippo Turkheimer, Donata Meyer-Kranixfeld e Gabriel Kivivuori Sereno – hanno dato voce con maturità a questo mondo interiore. La direzione di Gardiner ha qui agito per sottrazione, esaltando la scrittura cameristica delle partiture.
In “Ich bin der Welt abhanden gekommen”, eseguito dopo la grandiosità sibeliana, il senso di perdita e di sublime isolamento è risultato amplificato, quasi una risposta diretta alla celebrazione mondana. Ma è stato in “Um Mitternacht” che la serata ha toccato un altro vertice. Il baritono Gabriel Kivivuori Sereno ha dispiegato uno splendido timbro, scuro e vellutato ma capace di notevole proiezione, perfetto per incarnare la lotta notturna dell’io con Dio e il destino.
La sua dizione scolpita e il controllo del fiato hanno dato peso a ogni parola, mentre la concertazione di Gardiner, scarna e quasi spettrale, con i suoi interventi taglienti di legni e ottoni, creava uno sfondo di desolazione cosmica contro cui la voce umana si ergeva in tutta la sua solitudine e resilienza.
Il trait d’union tra Mahler e Sibelius, così come presentati in questa sequenza invertita, risiede proprio in questa indagine sulla condizione umana e sul linguaggio musicale all’alba del XX secolo. Partire da Sibelius ha significato costruire un mondo, un’architettura sonora vasta e oggettiva. Concludere con Mahler ha significato abitare quel mondo, esplorarne le crepe più intime e porre le domande ultime. La lettura di Gardiner, intellettuale e anti-retorica, ha permesso di cogliere questo comune spirito indagatore, offrendo al pubblico bolzanino non solo due esecuzioni magistrali, ma una profonda meditazione sul rapporto tra l’epica universale e l’insondabile lirismo dell’individuo.
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