Inaugurazione Sinfonica 2025/2026: Brahms e Čajkovskij tra destino e forma classica

Emmanuel_Tjeknavorian_(c)_Oliver_Borchert dal sito https://www.arsis-artists.com/artists/emmanuel-tjeknavorian

Tra architettura formale e dramma psicologico nel cuore del Romanticismo

L’inaugurazione della stagione sinfonica 2025/2026 dell’Orchestra Sinfonica di Milano, sotto la guida del suo direttore musicale Emmanuel Tjeknavorian, ha proposto un dittico monumentale del repertorio romantico: il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in re minore, op. 15 di Johannes Brahms e la Sinfonia n. 5 in mi minore, op. 64 di Pëtr Il’ič Čajkovskij. Un programma che, pur accostando due sensibilità apparentemente distanti, svela un profondo legame concettuale incentrato sulla lotta, la trasfigurazione tematica e il confronto con l’eredità classico-romantica.


Brahms e il titanismo classico

Il Concerto op. 15 di Brahms è un’opera che nasce da una gestazione complessa e travagliata, originariamente concepita come sinfonia. Questa sua genesi spiega la scrittura orchestrale densa e la concezione sinfonica del rapporto tra solista e orchestra, dove il pianoforte non è mero esibitore di virtuosismi, ma un primus inter pares dialettico. L’interpretazione offerta dal maestro Rudolph Buchbinder, sostenuto da una lettura orchestrale di Tjeknavorian tesa a esaltarne la purezza strutturale, ha messo in luce proprio questa radice formale.

L’approccio è apparso nettamente orientato a una matrice classica e primo-romantica. L’incipit del Maestoso, con il suo celebre trillo lungo e i potenti unisoni orchestrali, è stato affrontato non con una veemenza tardo-romantica, ma con una tensione architettonica beethoveniana.

La lettura di Buchbinder ha privilegiato la chiarezza polifonica e la coerenza agogica, richiamando la solidità strutturale di Weber e l’eleganza nervosa di Mendelssohn, piuttosto che la passione più viscerale o scultorea che interpreti successivi hanno associato a questo concerto.

È un approccio corretto? A noi pare di sì, e filologicamente fondato. Brahms, all’epoca della composizione (1854-58), era immerso nello studio di Bach e Beethoven, cercando una via personale che rifiutasse le “nuove vie” di Liszt e Wagner per riallacciarsi ai grandi padri della musica tedesca.

L’interpretazione proposta ha sottolineato proprio questo aspetto: un Brahms “titanico” la cui lotta non è esteriore e plateale, ma interiore, espressa attraverso il rigore della forma-sonata. La scelta di tempi più camminati e un fraseggio nitido sostenuto da un suono di luminosa opalescenza, privato da tentazioni coloristiche, hanno permesso di far emergere la fitta rete contrappuntistica e il dialogo incessante tra le sezioni orchestrali e il solista.

L’Adagio, eseguito scorrevolmente è stato improntato a una lettura casta e profonda, apparendo come una preghiera laica, quasi un requiem per l’amico Schumann, mentre il Rondò finale ha evitato ogni scompostezza, mantenendo una nobile fierezza di matrice beethoveniana.

Al termine del concerto, e a seguito della calda, ma non appassionata, reazione del pubblico, il pianista ha offerto come bis la “Soirée de Vienne, parafrasi da concerto su valzer di Strauss” op. 56 di Alfred Grunfeld eseguita con grande virtuosismo e smalto luminoso, con un approccio classico a una Vienna più rococò che ottocentesca in rispetto all’origine della civiltà musicale che, in tutta evidenza, è per Buchbinder l’ancoraggio definitivo da cui osservare la musica.


Čajkovskij e il fato ineluttabile

Con la Quinta Sinfonia di Čajkovskij, Emmanuel Tjeknavorian ha potuto dispiegare appieno il suo noto stile interpretativo: un misto di rigore analitico, energia propulsiva e una ricerca quasi spasmodica del dettaglio timbrico e dinamico. Se esiste un tema unificante in questa sinfonia, è il cosiddetto “tema del Fato”, la cupa melodia affidata ai clarinetti nell’introduzione (Andante) che ritorna ciclicamente in ogni movimento, trasfigurata nel carattere ma sempre riconoscibile.

La lettura di Tjeknavorian ha seguito questo filo rosso con una coerenza drammaturgica implacabile. L’Allegro con anima è stato un susseguirsi di slanci appassionati e momenti di ripiegamento malinconico, gestiti con una flessibilità agogica che non ha mai compromesso la pulsazione ritmica di fondo. L’orchestra ha risposto con solida compattezza, mettendo in mostra legni espressivi e ottoni potenti ma mai soverchianti in un tessuto orchestrale sempre trasparente e chiaro.

Il celebre corno solista nell’Andante cantabile ha trovato un’eco perfetta in archi lucenti e vibranti, in un’atmosfera di dolente lirismo che Tjeknavorian ha saputo caricare di un’attesa e tensione palpitanti, consapevole del ritorno imminente del Fato.

Il Valzer del terzo movimento è stato reso non come un semplice intermezzo galante, ma con una sottile vena di inquietudine, quasi una danza sull’orlo dell’abisso. È nel finale (Andante maestoso – Allegro vivace) che l’interpretazione ha raggiunto il suo culmine. La trasformazione del tema del Fato da cupa sentenza a inno trionfale in Mi maggiore è stata costruita con una progressione inesorabile, una liberazione catartica che, nello stile di Tjeknavorian, non è mai apparsa retorica o superficiale, ma come la conclusione necessaria, affermativa e priva di ambiguità, di un lungo percorso di lotta.


Legame concettuale: la lotta come principio formale

Accostare queste due opere rivela un potente legame concettuale: entrambe tematizzano una lotta contro una forza avversa, sia essa il destino tragico (Čajkovskij) o un tormento interiore espresso nel rigore della forma (Brahms). Entrambi i compositori utilizzano la ciclicità e la trasfigurazione tematica come motore della narrazione musicale.

Il tema del Fato di Čajkovskij è l’esempio più palese, un motto che attraversa la sinfonia. Ma anche il Concerto di Brahms, nella sua concezione sinfonica, basa il suo sviluppo su una coerenza motivica ferrea, dove le idee esposte nel primo movimento ritornano e generano il materiale dei movimenti successivi.

La serata ha dunque offerto un affascinante percorso dalla lotta espressa tramite l’architettura classica del Concerto op. 15, dove il dramma è sublimato nella forma, alla lotta come narrazione psicologica esplicita della Quinta Sinfonia, dove il Fato diventa un personaggio tangibile. Un’inaugurazione di altissimo profilo musicale, che ha saputo unire rigore intellettuale e impatto emotivo. Gran successo finale con pubblico festante.


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