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Vasily Petrenko a Merano: dal rigore del segno all’anima russa e al pianto boemo

Merano, crepuscolo d’agosto, nelle Settimane Musicali che furono vanto e sollenne rito della mitteleuropa colta, si consuma un’inaugurazione memorabile, sintomatica non della pochezza del nostro tempo, ma della perenne capacità della grande musica, se sorretta da intelligenza somma, di svelare la propria essenza inalterabile.

Ma l’attesa per la musica s’è dovuta prolungare oltre il convenevole, non per colpa del pubblico, invero, ma per il supplizio, ormai ineludibile, del rito della politica.

Sul palco che dovrebbe essere dedito all’arte, si sono succeduti il presidente di regione e quello del festival, in un profluvio di parole vuote, in un esercizio di autoincensazione tanto prolisso quanto vacuo. Un torrente di logorrea autocelebrativa che ha rubato tempo prezioso all’ascolto, trasformando il preludio al concerto in un comizio di provincia. L’arte costretta a mendicare il silenzio, in attesa che la vanità dei potenti esaurisse il suo quarto d’ora di fastidio.

Finalmente, placatosi il brusio, sul podio della Royal Philharmonic Orchestra è salito Vasily Petrenko, un direttore la cui grandezza non risiede nel gesto plateale o nella facile commozione, ma in un’adesione laica e in aplomb alla parola del compositore. In programma, due colossi del repertorio tardo romantico: il Concerto per violoncello di Antonín Dvořák e la Shéhérazade di Rimskij-Korsakov. Due mondi, l’uno di un’anima profonda e sanguinante, l’altro di un’immaginazione sfolgorante e finanche crudele.


Un’introduzione ai due colossi

Il Concerto in si minore per violoncello e orchestra, opus 104, di Dvořák non è un’opera per deboli di cuore. È il testamento di un uomo che, nel Nuovo Mondo, sentiva il richiamo struggente della sua Boemia, un canto d’amore e di morte che si leva dalle profondità di uno strumento che il compositore stesso guardava con sospetto. È la nostalgia fatta suono, la disperazione che si sublima in una bellezza quasi insopportabile.

Di tutt’altra natura è la Shéhérazade di Rimskij-Korsakov. Qui non siamo di fronte a un dramma personale, ma a un arazzo sonoro di una ricchezza inaudita.

Il pretesto è la favola delle Mille e una notte, ma il cuore pulsante è russo, profondamente russo. Shéhérazade non è una sinfonia, e nemmeno un poema sinfonico nel senso lisztiano del termine. È una suite di danze, mascherate da racconto esotico. È la Russia che si traveste da Oriente, per raccontare sé stessa.


Il concerto: Petrenko e il cuore della partitura

Chi accusa Vasily Petrenko di freddezza, confonde l’austerità e l’understatement con l’assenza di sentimento. Il suo Dvořák è la prova del contrario. Lungi dall’indulgere in un sentimentalismo di maniera, Petrenko aggredisce la partitura con un rigore intellettuale che è, in sé, un atto di suprema passione.

La sua direzione si fa scultorea, tettonica: delinea le grandi arcate formali con una lucidità che lascia senza fiato, e proprio in questa densa austerità trova il senso autentico del pianto.

Il solista, il magnifico Pablo Ferrandez, è inserito in una rete dialettica fitta di complessità inaudita, trovando sempre perfetta comunione di intenti con il podio, nel rigore passionato che contraddistingue la lettura.

Significhiamo in particolare che Petrenko erige il suo capolavoro nella rilevanza che egli conferisce al contrappunto dei legni che si intreccia alla voce del violoncello creando un vero e proprio monumento alla Boemia, alla sua natura, alla sua anima, che circoscrive l’anelito affettivo di un popolo intero.


Al ritorno in sala dopo il bis del violoncellista (di nuovo il “El cant dels ocelles” trascritto da Casals, visto oggigiorno come bandiera di pace da iterare su ogni palco, s’è dovuto assistere al termine dell’intervallo a un secondo, non meno desolante prologo, specchio di una sciatteria dei costumi che ormai appesta anche i templi della musica.

Per quasi venti minuti, la Royal Philharmonic, già schierata sul palco in muta e professionale compostezza, ha dovuto attendere che il pubblico si degnasse di concludere le sue chiacchiere da foyer in sala e fuori, trovando il suo posto dopo aver irrequietatamente e scompostamente chiacchierato e sorseggiato vino nel suo ineffabile rito mondano.

Un’attesa snervante, un’offesa silenziosa all’arte e ai suoi officianti, costretti a contemplare il trionfo della maleducazione eretta a sistema.


Superato anche questo scoglio, con Shéhérazade la lucidità analitica di Petrenko si trasforma in pura fantasmagoria. La precisione chirurgica del direttore fa miracoli. L’orchestra, sotto la sua bacchetta, diventa una tavolozza di colori abbaglianti, svelando la vera natura dell’opera: quella di una suite di danze russe in cornice araba.

Dal primo movimento, una barcarola russa, al finale, una ridda infernale, un sabba di suoni e di ritmi, la lettura svela che la cornice araba si dissolve, e rimane la sostanza, che è russa, fino al midollo.

Al termine, il successo, caloroso, quasi febbrile, ha preteso e ottenuto il suo tributo. Petrenko stesso ha voluto salutare il pubblico con un congedo inatteso: il “Salut d’amour” di Elgar, in un’esecuzione che era monumento di pura solennità e palpito edoardiano. Un commiato terso, nobilissimo, quasi un epigramma di un’epoca irrimediabilmente perduta.

Una serata, dunque, di rara intelligenza e di profonda emozione. Vasily Petrenko non è un direttore che cerca l’applauso facile; è un musicista che cerca la verità nella partitura. La sua grandezza sta nel dimostrare che il cuore di una composizione non si trova nell’abbandono sentimentale, ma nella comprensione profonda della sua forma, del suo stile, della sua anima segreta.

Un’inaugurazione che, nonostante tutto, non si dimenticherà.


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