Gustav Mahler
Sinfonia n°3 in re minore
Auditorium Parco della Musica a Roma
Direttore Ivan Fischer
Budapest Festival Orchestra
Contralto Gerhild Romberger
E’ possibile commentare un’esperienza d’ascolto che, nella mia memoria di ascoltatore, sta fra quelle contenuti nelle dita di una mano per cui vale un’esistenza tra il pubblico delle sale da concerto? E tra queste ipotetiche “top-five” la fondata certezza che siano le altre quattro ad orbitarci intorno, pur abitando gli stessi cieli?
Non credo sia possibile.
Innanzi tutto una premessa: ciò di cui scrivo si riferisce al concerto di Roma, non a quello scaligero, perchè non potevo pensare di ripetere un’esperienza di vita a solo ventiquattro ore di distanza: anche la “digestione” di un ascolto musicale ha i suoi tempi. Però gli amici che sono stati ad entrambi non hanno riscontrato una differenza sostanziale, quindi non credo di essere fuori luogo.
Non è possibile comprendere razionalmente l’idea interpretativa di FIscher se non riferendosi al “Naturlaut”: immersione totale nel suono evocatore della cosmogonia mahleriana dove, attraverso esso, si entra in contatto con le forze della natura, dalle più possenti e squassanti alle più dolci e soavi. Tanto che si può ben dire che per vivere la Natura un uomo ha due strade: o vi si immerge fisicamente dentro, a stretto contatto in ogni condizione metereologica e di spirito (e per viverla in questo modo potrebbe non essere sufficiente una vita intera), oppure ascoltare questa Terza di Mahler diretta da Fischer..
Il suono dell’orchestra fenomenale di Fischer, questa Budapest Festival Orchestra che è simbiotica al suo direttore, pare affondare le radici nel magma terrestre per l’incandescente densità della materia, con archi dalla pasta gonfia e voluminosa, e ottoni il cui suono pare provenire dal mondo superiore, forse forgiati da Ordòg in persona da tanto pare provenire la loro abissale forza, soprattutto nell’”irruzione di Pan” del terzo tempo, vero “hohenpunkt” della Sinfonia secondo Fischer, o in tutti i loro interventi dolenti del Primo Tempo, dove quasi appare che l’Origine del mondo sia come un parto in cui la generazione della luce, della natura tramite il suono provenga dal dolore. O ancora il fantastico gesto teatrale (le sinfonie di Mahler sono teatro sinfonico!) con cui Fischer fa sedere lentamente il coro di bambini sull’ultimo “bimmmm” mentre si spegne l’ultima risonanza vocale e, senza soluzione di continuità, gli archi iniziano ad alitare il tema dell’Adagio finale accompagnato all’estasi finale dal direttore non come trionfo innodico, ma come catarsi in cui il dolore primigenio viene purificato nella sua cancellazione attraverso il raggiungimento della luminosità.
Più che un concerto, una concezione di far vivere l’esperienza di ascolto della Terza di Mahler da parte della Budapest Festival Orchestra e della sua emanazione-conduttore-simulacro Ivàn Fischer di portata storica. Chi non l’abbia ascoltata, vada a Bologna.
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