Possiamo tranquillamente asserire che amiamo incondizionatamente il maestro Mikhail Pletnëv, amiamo incondizionatamente soprattutto il suo suono, di una bellezza trascendentale, di una palette timbrica sconfinata capace di accarezzare e sedurre l’udito, e quindi il cervello, e quindi il cuore, con inesauribili colliquazioni cromatiche che si depositano via via nell’anima, come voluttuosi barbagli effimeri di luce.
Un pianismo che fa dell’evocazione il suo senso poetico, del colore il suo edificio, della cremosità la sua struttura e verso il quale l’uditore deve solo abbandonarsi.
Il sommo artista è arrivato a Bologna e noi lo abbiamo raggiunto. In programma, per ciò che ci interessava primariamente, diremmo esclusivamente, il Concerto in SOL di Ravel con l’Orchestra Filarmonica del Teatro Comunale diretta da Finnegan Downie Dear.
Come abbiamo scritto altrove temevamo, udite le misere condizioni del complesso al “Bruschino” il giorno prima, una situazione imbarazzante per Pletnev (e per noi). Fortunatamente, pur nei limiti fisiologici delle possibilità attuali, l’orchestra è riuscita a disimpegnarsi, seppur con fatica, in una prova accettabile. Certo, la timbrica avara, aspra, le note perse di legni e ottoni, la vetrosità degli archi non erano redimibili, però non più di tanto offensivi nei confronti del tripudio di splendore rococò del suono pianistico. Un suono che come le coloratissime facciate degli edifici imperiali di San Pietroburgo dei palazzi d’estate e d’inverno, sgargianti ma rese velate dalla patina del tempo che ne ha ammorbidito i toni virandoli al pastello, dipingeva una Parigi immaginifica, allegra, svagata, con il ricordo di sale da ballo jazz ammantato di nostalgia, con un secondo tempo affrontato in tempo molto più rapido del consueto,quasi “chanson d’amour” aznavouriana da notturno lungo la Senna baluginante di luci.
Un doppio bis ha coronato la serata di Pletnëv: il terzo tempo del Concerto rimodulato con nuove accentuazioni dalle quali si scorgevano i lazzi carnevaleschi di Petrushka e l’Allodola di Glinka nella trascrizione di Balakirev dove tutte le volatine, le zirlate erano intrise di abbandono malinconico: dice una narrazione attribuita a San Bonaventura che centinaia di allodole accompagnarono l’ascensione in paradiso dello spirito di San Francesco alla sua morte.
Ieri sera al Paradiso siamo andati molto vicini.
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