L’etica del suono: Beethoven, Barenboim e l’armonia ritrovata della Filarmonica

Daniel-Barenboim-alla-Scala-foto-da-Internet-2023
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Di fronte all’enigma dell’interpretazione musicale, vi sono serate in cui la maestria tecnica cede il passo a una verità più alta, umana e civile. Il ritorno di Daniel Barenboim alla Scala non è stato solo un concerto, ma un atto di cultura e di affetto, una cerimonia d’arte di rara intensità.

C’è un punto, nell’esecuzione dei capolavori, in cui la bacchetta smette di essere metronomo per farsi puro pensiero. È quanto accaduto al Piermarini, dove Beethoven si è manifestato non attraverso la coercizione ritmica, ma grazie alla totalizzante abnegazione dei professori della Filarmonica. Daniel Barenboim, seduto sul podio, senza alcuna partitura davanti a sé — dominando a memoria tanto il concerto solistico quanto la sinfonia — ha offerto una lezione di essenzialità.

È stato affascinante osservare la metamorfosi del suo gesto: gli attacchi principali, i cardini strutturali dell’architettura sonora, venivano dati con il consueto imperio, quel lampo negli occhi che ben conosciamo; ma subito dopo, il Maestro lasciava libera l’orchestra dalla tirannia del battere il tempo. Si limitava ad accenni, a sguardi, lasciando che il flusso musicale si auto-generasse tra i leggii. E l’orchestra, che conosce il respiro di Barenboim come il proprio, lo seguiva non per obbedienza meccanica, ma per una sorta di telepatia artistica maturata in anni di convivenza.

Nel Concerto per violino op. 61, questa libertà si è tradotta in una visione apollinea. Il dialogo con Lisa Batiashvili ha evocato non un Eden teologico, ma un’Arcadia incontaminata, una natura idealizzata degna delle migliori pagine di Goethe. L’interpretazione si è mossa per assottigliamenti timbrici, dove il suono pareva decantato, ridotto alla sua essenza luminosa. La Batiashvili ha disegnato arabeschi di una dolcezza infinita, ramificazioni melodiche simili a tralci che cercano la luce, in una concordia discors dove il conflitto dialettico si risolveva in pura contemplazione lirica.

L’orchestra ha steso sotto la solista un sostegno impalpabile, un “silenzio abitato”. Non vi era nulla di mistico in senso confessionale, ma molto di poetico: una sospensione del tempo cronologico a favore di un tempo interiore, un idillio nel senso più nobile e classico del termine, dove la bellezza è argine al disordine del mondo.

Ma è nella Quinta Sinfonia che il discorso si è fatto drammaticamente terreno. Dimenticate il Beethoven retorico: la Quinta di questo Barenboim, seduto eppur torreggiante per carisma, è stata una sinfonia “ampia”, dal respiro vasto, portatrice di un dolore accettato con stoica fermezza.

Il celebre motivo del destino non ha avuto la freddezza dell’esattezza tecnica, ma la gravità di affondi vibranti di un afflato doloroso. I quattro colpi fatidici, quasi scavati nella materia sonora, risuonavano come il respiro faticoso della realtà che bussa alla porta della coscienza. Non martellate, ma moti dell’animo. I professori d’orchestra, liberati dall’obbligo di seguire una scansione scolastica, hanno trasformato insieme al direttore l’esecuzione in un percorso di resistenza morale. Hanno assunto anche sulle loro spalle il peso della partitura trascinandola verso l’epilogo con una forza etica, non muscolare. L’esplosione del Do maggiore finale non è stata un’apoteosi trionfalistica, ma l’affermazione della volontà umana che, attraverso la ragione e il sentimento, supera l’oscurità.

Il suggello a questa serata memorabile è giunto al calare del silenzio, quando un teatro gremito in ogni ordine di posti ha sciolto la tensione in un abbraccio collettivo. Il successo è stato trionfale, con una standing ovation immediata che ha visto l’intera sala scattare in piedi come spinta da un imperativo morale, per rendere onore all’uomo prima ancora che all’artista.

Ma è stato nel rito dei ringraziamenti che si è consumato l’atto più toccante di questa drammaturgia degli affetti. Barenboim, con l’umiltà dei grandi e fedele alla sua etica di primus inter pares, ha più volte invitato le prime parti e i singoli gruppi strumentali ad alzarsi per ricevere il giusto tributo del pubblico. Ma l’orchestra, in una sorta di “ammutinamento amorevole”, è rimasta seduta, immobile. I professori hanno rifiutato le chiamate singole per applaudire, all’unisono, colui che fu il loro Direttore Musicale. In quel gesto di cavalleria musicale, in quegli archetti battuti sui leggii e nelle mani che indicavano solo il Maestro, si è palesata la vera eredità di Barenboim alla Scala: non solo note, ma una civiltà del fare musica insieme che resiste al tempo e alla fragilità della vita.


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