Michele Gamba cristallizza “Turandot” in un universo diafano e privo di emozione nelle “arie” e la prosciuga incalzandola (precipitando nelle chiuse d’atto) nel resto; la condotta ritmica è erratica e qualche attacco di insieme ancora in ultima replica non in aplomb. La sua chiave interpretativa focalizzata nel rifiuto della sontuosità favolistica e colorista nonché della ritualità non aggiunge significativamente nulla di nuovo ad altri tentativi, riusciti, in questa direttrice. In ogni caso un approccio “drammatico” a “Turandot” porta sempre l’interprete a trascurare e non valorizzare le innumerevoli indicazioni disseminate in partitura. Curiosa la scelta di non suggerire al coro indicazioni dinamiche variate nell’invocazione alla luna e più curioso ancora l’utilizzo di amplificazione per gli interventi fuori scena. Merito precipuo di Gamba è non aver tagliato l’aria “Del primo pianto”, cosa oggigiorno non scontata (ma i due brevi tagli nel terzetto del II atto non li ha riaperti: ascoltarli in teatro è come pretendere la luna).
Netrebko prosegue la sua fase calante, ma l’artista è somma. Ora però canta in russogoto e, se nell’aria del II atto è suggestiva (quel “Principessa Lou-Ling” eterno che si assottiglia adagio come un punto di luce che scompare è da ricordare per sempre) in quella del terzo non riesce, per imperfetta dizione, a compiere il miracolo di rendere credibile lo “sgelamento”. Brian Jaghe ha voce chiara e spavalda, disegna anche scenicamente un Calaf guascone e coraggioso, pur non aggiungendo nulla di ignoto al personaggio (nè Gamba pare intenzionato a suggerirglielo).
Feola impeccabile, fila benissimo il suo si bemolle e innerva Liù di una drammaticità un po’ estranea alla parte.
Grandioso Gimenez come Altoum che insegna a tutti dizione e fraseggio: il suo dialogo con Calaf è la cosa più originale di questa “Turandot”, anche se non idiomatico, mancando la dimensione della “venerabilità” (ma non per sua responsabilità). Restano le maschere: brutto canto, nessuna dignità e molta caricatura (anche in orchestra).
Regia di Livermore talmente pletorica da coprire tutta l’ espressività possibile: dal più vieto cattivo gusto (il II atto delle maschere nel bordello fa apparire qualsiasi “pride” un monumento di raffinatezza estetica) alla più balorda dissacrazione (il bimbetto Calaffino che suggerisce al Calaffone ad alta voce “Turandot” facendo così sghignazzare mezzo teatro e cancellando in un secondo la costruzione drammatica di Puccini), alla poesia del ricordo di Puccini stesso (riuscita grazie al silenzio del pubblico , non ai lumini, fortunatamente mezzi spenti). Fra il tutto possibile, anche il fantasma di un cavallo in scena durante il coro delle ombre dei pretendenti, nitrente sulle terzine in pp dell’ottavino in orchestra coprendolo (da 5 a 9 dopo 38 “Lento”, 40 alla semiminima), così per gradire.
Nel mezzo condanna la grande attorialità potenziale di Anna Netrebko al più banale codice di movimenti scenici applicati al personaggio da cento anni a questa parte.
Trionfo per tutti.
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Una risposta
Fantastico, mi è piaciuto molto e la lettura non è stata per nulla pesante.