L’ultima replica de “Li Zite ‘Ngalera”, vero prodigio, come scrive Raffaele Mellace, di teatro musicale, si è conclusa con entusiastiche grida di “bravo”, gridolini da concerto pop e il bis a sipario aperto della tarantella sorrentina accompagnata da battimani ritmati e danzata anche dal maestro Andrea Marcon, primo artefice del grande successo. Pubblico molto coinvolto ed entusiasta, dicevamo; e non era scontato, visto il titolo. Fra le prime emanazioni della commedia per musica napoletana (non opera buffa napoletana, e nemmeno opera), primo olografo a noi pervenuto del genere e a Milano mai rappresentata, anche per la sua particolarità di discendere direttamente dal teatro recitato di strada in lingua dialettale, non era scontato che potesse sfondare, come in realtà invece è avvenuto, in una sequenza di repliche dal successo crescente.
Dicevamo di Andrea Marcon, splendido esempio di coordinamento musicale improntato a spigliatezza, vivacità, flessibilità, fantasia e accensione ritmica. Conscio della smisurata grandezza della Scala, rispetto al palcoscenico settecentesco di diciotto metri quadri per il quale la commedia musicale era stata composta, non ha esitato a rinforzare l’orchestra (peraltro nel manoscritto di Vinci appena accennata con una filigrana di semplici sporadiche indicazioni prive in grande misura di continuità, laddove il compositore chiedeva esplicitamente un determinato timbro-“qui violoncello solo”, “flauto o oboe” e così via- dove invece curatissime sono le linee vocali e il basso non numerato) con archi, doppio cembalo, un nutrito numero di percussioni tra le quali timpani, tamburello a sonagli, nacchere e tamburo militare, flauti e oboi (bravissima con la coulisse degli uccellini Plishka Comploi!), trombe e soprattutto una batteria di cordofoni pizzicati a grande sostegno armonico per il continuo che comprendeva due chitarre battenti, due tiorbe e un colascione. L’organico, così rinforzato, unito al fatto di mantenere la buca molto alta, quasi a livello del palcoscenico, ha fatto sì che la sala fosse riempita di suono.
La compagnia di canto, omogenea e di grande livello, ha sostenuto con inesausta verve teatrale e virtuosismo vocale (i repentini passaggi vocali tra il recitato e il canto, e viceversa, poggiati su registri diversi, sono di ardua difficoltà) la lunghezza dello spettacolo, quasi tre ore di musica, senza cedimenti.
La regia di Leo Muscato, idiomatica e al servizio della musica, ricreava con fantasia e spigliatezza (la mano della scuola del Piccolo non tradisce mai), l’ambiente popolare, “da strada” del Settecento napoletano richiesto dal libretto; lo stesso, a ben vedere, che, come un torrente carsico, ha prodotto nell’ottocento le farse in prosa dialettale di Antonio Petito.
Condividi:
- Condividi su Facebook (Si apre in una nuova finestra) Facebook
- Condividi su WhatsApp (Si apre in una nuova finestra) WhatsApp
- Stampa (Si apre in una nuova finestra) Stampa
- Invia un link a un amico via e-mail (Si apre in una nuova finestra) E-mail
- Altro
- Condividi su LinkedIn (Si apre in una nuova finestra) LinkedIn
- Condividi su Telegram (Si apre in una nuova finestra) Telegram
- Condividi su X (Si apre in una nuova finestra) X
- Condividi su Reddit (Si apre in una nuova finestra) Reddit
- Condividi su Pinterest (Si apre in una nuova finestra) Pinterest
- Condividi su Threads (Si apre in una nuova finestra) Threads
Scopri di più da Commenti Musicali
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.