Teatro alla Scala, il nuovo Rigoletto firmato Mario Martone: in scena trent'anni dopo l'ultima produzione
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La caratteristica principale, per non dire peculiare, di questo “Rigoletto” scaligero è il disegno interpretativo nella sua esclusiva parte musicale, che non esitiamo a definire “antico”, nell’accezione con la quale i tedeschi utilizzano il termine “altvaterisch”. Un “vecchio stile” dalle solide qualità di probità ed equilibrio. La tradizione melodrammatica al servizio del canto, quando non addirittura del pubblico, viene preservata, quasi riscoperta, nella generale osservanza, con diverse e oggigiorno desuete licenze, dell’edizione critica. I cantanti vengono lasciati liberi, con briglie allentate, in “acuti”, “corone” e “variazioni” che rimandano alla moda del “chabby-chic”. Così la cantante è libera di filare, variare e coronare a volontà nel “Caro Nome”, il tenore di squillare il suo “sì”, il baritono il suo “la bemolle”.

Analogamente riscontriamo la consistente robustezza dell’impianto orchestrale ordita da Michele Gamba, con accensioni sia dinamiche che agogiche in sonorità compatte di sapida consistenza. Il canto viene lasciato fluire spontaneo: la ricerca sulla parola, sulle sfumature, su tutto quello che oggigiorno in sede di concertazione si traduce nella definizione “scavo psicologico”, viene semplicemente resa asservita, legata, a quella che è la linea vocale di ogni singolo cantante che, in tal modo, acquisisce piena libertà nella sua espressione. L’orchestra quindi semmai commenta, non suggerisce, garantendo la resa melodrammatica grazie agli irruenti impulsi dal podio che chiosano il canto.
Il protagonista, di voce piena, ampia, uniforme nel colore e nella tinta, di sonora compostezza è efficace nel delineare in tratti talvolta più generici che generali, l’alternanza degli stati d’animo derivata dalla complessità psicologica di “Rigoletto”; la dizione è ottima, con ciò garantendo l’efficacia superficiale della parola, che a causa dell’impostazione musicale non acquisisce scenicità.

Piero Pretti, con voce matura di corpo e consistenza è un Duca che cerca e trova di sua sponte inflessioni di eleganza, più spesso sfacciato, mai protervo nelle scene di seduzione.
La Gilda di Nadine Sierra non si imbamboleggia; il timbro è asciutto e pulito, si permette con successo fiati lunghissimi nella sua aria del primo atto; voce sonora, sempre piena e squillante, di rado ombrosa e sottilmente inquietante, è quella dello “Sparafucile” di Gianluca Buratto.

La messinscena di Palli/Martone è conforme a tutta l’architettura “altvaterisch” dell’operazione.


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