Porgy and Bess, George Gershwin, DuBose e Dorothy Heyward e Ira Gershwin – Teatro alla Scala

Dal 13 al 23 Novembre 2016

Porgy and Bess alla Scala è uno dei rarissimi casi in cui Pereira è riuscito, in calcio d’angolo, a salvare uno spettacolo in abbonamento. L’inerzia di Kurtag ha impedito la messa in scena della prima di “Fin de partie” e la scomparsa di Harnoncourt ha rischiato di far naufragare anche le rappresentazioni di Porgy and Bess. Reperendo Alan Gilbert ha, oltre che salvato le rappresentazioni anche riparato gli abbonati di uno spettacolo “saltato”.

Personalmente riteniamo Porgy and Bess capolavoro indiscutibile non solo del Novecento ma di tutta la storia dell’opera, quindi è inaccettabile che se ne possano godere rappresentazioni mediamente una volta ogni trent’anni.

E’ anche vero che la storia dei “diritti” nelle mani della fondazione Gershwin che rendono impossibile di fatto la rappresentazione teatrale se non a precise condizioni (cast e coro interamente di “neri”) non agevola la situazione, perché è impensabile oggigiorno la creazione “ad hoc” di un complesso siffatto per qualche rappresentazione. E’ anche vero che sarebbe auspicabile, una volta che si riesca ad aggirare questo “divieto” con l’ausilio della “forma semiscenica” non assistere, come nel caso di queste rappresentazioni alla Scala, a mutilazioni e tagli parossistici che riducono, ad esempio, tutta la scena I del I atto ad un moncherino (tutta l’introduzione di Jasbo Brown e gran parte della scena dei dadi). Sarebbe anche auspicabile il rispetto delle interruzioni degli atti voluta da Gershwin, perché creare un intervallo dopo la prima scena del II atto non ha alcun senso. Il sospetto è che, come al solito, ci siano i soliti “orari sindacali” e/o consimilari.

Musicalmente, se si eccettuano i tagli, Gilbert ha con la sua naturale musicalità e adesione stilistica raccontato l’opera con tempi spediti e una calda sonorità vaporosa che già avevamo apprezzato in un suo concerto con la Filarmonica della Scala un paio d’anni fa. Lasciando anche una certa libertà di fraseggio e improvvisatoria al cast ha fatto sì che il “nigger sound” delle voci prendesse a volte molto corpo, forse troppo. In generale in Porgy and Bess convivono così tante anime che il dono migliore per un concertatore è l’equlibrio di riuscire a metterle insieme tutte. Per questo il riferimento di prima grandezza per noi resta John DeMain dell’ultima apparizione scaligera nel 1996 (e che si ritrova anche nella sua idiomatica registrazione discografica) dove invece altri (Rattle che “swinga” a più non posso, Maazel che “classicizza” e prosciuga come in una partitura di Ravel, Harnoncourt che da par suo espressionizza la partitura collocandola nell’habitat di Wozzeck) colgono solo una parte del tutto. Gilbert lascia che il cast trovi le note “folk” mentre con l’orchestra si riserva sostegno e narrazione. E’ un buon punto di arrivo.

Cast idiomatico, su cui non siamo interessati a trovare le pagliuzze vocali, ma apprezziamo la riuscita come interpreti. Coro notevole per volume e forza, ma chiaramente, privo dei prerequisiti del necessario idioma per affrontare in scioltezza la parte (il finale II con il “Doctor Jesus” affondato in una sorta di melassa informe corale in luogo di sapiente “organizzazione del disordine” attorno alla bacchetta di Gilbert è un momento debole della rappresentazione).

La regia di Philippe Harnoncourt è efficace e riesce ad essere, nella sua forma semiscenica, molto più movimentata e teatrale di diverse regie “ufficiali” dell’intera stagione.

Caldo successo.


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