Dopo diversi decenni l’opera di Bellini è tornata sul pascoscenico del Teatro alla Scala. Un commento all’esecuzione.
Nel firmamento dell’opera italiana, poche stelle brillano con la stessa intensità di Norma di Vincenzo Bellini. Andata in scena per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre 1831, quest’opera non è semplicemente un capolavoro del belcanto, ma un complesso prisma che riflette le tensioni estetiche, politiche e culturali di un’epoca. Attraverso la partitura, le sue innovazioni e il suo impatto, si svela un’opera che, pur radicata nella tradizione, protende le sue fronde verso il futuro del dramma musicale, da Verdi fino a Wagner, dialogando al contempo con i fantasmi classici della Medea di Cherubini e infiammando, forse involontariamente, i nascenti spiriti del Risorgimento italiano.
Un’architettura di emozioni e “brillantezza” vocale
Bellini, con la sua meticolosa attenzione al dettaglio, scolpisce in Norma una partitura di straordinaria raffinatezza. Lungi dall’essere un mero accompagnamento alla voce, l’orchestra belliniana è un organismo vivo e pulsante, che crea la “tinta” drammatica e amplifica ogni sfumatura emotiva. L’orchestrazione, sebbene non densa come quella dei successori, è di una trasparenza e di un’efficacia assolute.
Strumenti solisti, come il flauto che introduce la sublime preghiera “Casta Diva”, assumono un ruolo quasi vocale, dialogando con i personaggi e commentandone i moti interiori.
I Segni dell’Espressione: La scrittura di Bellini è costellata di indicazioni agogiche e dinamiche che rivelano la sua concezione del dramma. Termini come “Andante sostenuto assai” per “Casta Diva” non indicano solo un tempo, ma un intero universo espressivo di solennità e sospensione quasi sacrale. Le “lunghe, lunghe, lunghe melodie”, come le definirà un ammirato Giuseppe Verdi, sono il cuore pulsante dell’opera. Queste melodie, caratterizzate da un’ampia arcata e da un respiro quasi infinito, sono costruite con un sapiente uso di appoggiature e ritardi che creano una tensione emotiva costante, un senso di anelito e di struggimento che è la cifra stilistica del catanese.
L’uso puntiglioso di accenti, crescendo, diminuendo e morendo non è mai decorativo, ma sempre psicologico, volto a tradurre in suono il più piccolo recesso dell’anima.
Un esempio emblematico è la celeberrima cavatina “Casta Diva”. La sua struttura melodica, una Barform (A-A-B) finemente cesellata, si sviluppa su un cullante ritmo di 12/8. La melodia di Norma si innalza, sale gradualmente di registro e di intensità, raggiungendo un climax estatico per poi ripiegarsi su se stessa. Il contrasto tra il primo assolo, teso e drammatico, e la ripresa con il coro, dove la sacerdotessa ricama virtuosistiche colorature su una base armonica statica, è un colpo di genio che dipinge la duplice natura del personaggio: pubblica e ieratica, ma interiormente vulnerabile.
Novità strutturali e musicali: oltre la convenzione
Pur muovendosi all’interno delle forme canoniche dell’opera italiana (scena, cavatina, duetto, concertato), Bellini le piega alle proprie esigenze drammatiche. La sua innovazione più significativa risiede forse nella concezione della scena come un continuum drammatico e musicale.
I confini tra recitativo e cantabile si fanno più sfumati. Bellini adotta uno stile di “declamazione cantata” o “canto declamato”, in cui il recitativo si carica di un’intensità melodica inaudita, e l’aria, a sua volta, non perde mai la sua aderenza alla parola scenica.
Il finale primo, un grandioso terzetto che vede scontrarsi Norma, Adalgisa e Pollione, è un esempio magistrale di questa concezione. Bellini non si limita a giustapporre le voci, ma le intreccia in un crescendo di tensione che è al contempo musicale e teatrale. L’uso audace delle dissonanze e le repentine modulazioni seguono passo passo l’evolversi del confronto, dalla rivelazione alla furia di Norma (“Oh, di qual sei tu vittima!”), culminando in una stretta (“Vanne, sì: mi lascia, indegno”) di un’energia quasi fisica.
Questa flessibilità formale, questa capacità di fondere la purezza della linea vocale con la necessità dell’azione, apre la strada al dramma verdiano.
Il soffio del risorgimento: “Guerra, Guerra!”
Sebbene Norma sia ambientata nelle Gallie oppresse dai Romani, è impossibile scindere la sua ricezione dal contesto storico della sua creazione. L’Italia degli anni ’30 dell’Ottocento era un paese frammentato, in gran parte sotto il dominio straniero, percorso da un crescente anelito all’unità e all’indipendenza. In questo clima, il tema di un popolo oppresso che anela alla libertà non poteva che risuonare con forza.
Il coro del secondo atto, “Guerra, guerra! Le galliche selve”, con la sua indicazione di “allegro feroce”, divenne ben presto un inno patriottico. Le cronache dell’epoca riportano di rappresentazioni, specialmente alla Scala di Milano (allora sotto il dominio austriaco), in cui il pubblico scattava in piedi a questo coro, trasformando il teatro in un’arena di aperta, seppur musicale, sfida al potere costituito.
La vicenda di una “patria tradita” e il sacrificio finale dell’eroina per il suo popolo assumevano così una valenza simbolica potentissima. Norma, la sacerdotessa che si immola per espiare la sua colpa ma anche per riunire il suo popolo, poteva essere letta come un’allegoria dell’Italia stessa, chiamata a un sacrificio per la propria redenzione.
Dialoghi intertestuali: da Cherubini a Verdi e Wagner
L’originalità di Norma si misura anche nel suo dialogo con il passato e nel suo profetico sguardo al futuro.
- Cherubini e il Fantasma di Medea: Il libretto di Felice Romani attinge dalla tragedia Norma, ou L’infanticide di Alexandre Soumet, a sua volta debitrice del mito di Medea. Tuttavia, il confronto con la Medea (1797) di Luigi Cherubini è illuminante. Laddove la Medea di Cherubini è una figura terrificante e vendicativa, una forza della natura primordiale che compie l’infanticidio, la Norma di Bellini è una figura profondamente umanizzata, quasi “cristianizzata”. Il suo più grande conflitto è interiore. La scena del secondo atto, in cui Norma alza il pugnale per uccidere i figli ma si arresta, è il punto di massima divergenza. Il suo “Nol posso” segna il trionfo della maternità sulla vendetta. Norma diventa l’anti-Medea: non uccide i figli, ma sacrifica se stessa, trasformando un mito di sangue in una tragedia di redenzione e di amore sublime.
- L’Eredità Verdiana: Giuseppe Verdi non nascose mai la sua profonda ammirazione per Bellini. L’influenza è palpabile. La “lunga melodia” belliniana è l’antenata diretta della frase verdiana, sempre tesa a esprimere con la massima sincerità l’affetto del personaggio. La concezione del dramma come un flusso continuo, la cura per la “parola scenica”, e la creazione di ritratti femminili di straordinaria complessità psicologica (si pensi alla Violetta de La traviata, anch’ella una “peccatrice” redenta dall’amore e dal sacrificio) sono tutti debiti che Verdi contrae con il maestro catanese. La vocalità richiesta per Norma, che esige un soprano drammatico d’agilità capace di dominare la coloratura più spericolata così come il declamato più infuocato e il lirismo più puro, anticipa le grandi eroine verdiane.
- Affinità Elettive: Bellini e Wagner1: Può sorprendere, ma uno dei più grandi ammiratori di Norma fu Richard Wagner. Egli non solo la diresse, ma la considerava un capolavoro assoluto, capace di unire “il cuore, la melodia e la situazione drammatica”. In Bellini, e in particolare in Norma, Wagner trovò un modello per la sua ricerca di una “melodia infinita” (unendliche Melodie). L’idea di una melodia che non si piega alle simmetrie della strofa chiusa, ma che si sviluppa in un arco continuo, seguendo il flusso del testo e dell’emozione, è un concetto squisitamente belliniano che Wagner porterà alle sue estreme conseguenze. L’intensità tragica del finale di Norma, con il suo grandioso crescendo cromatico nel concertato “Qual cor tradisti”, è stata vista da musicologi come Carl Dalhaus, Egon Voss e Giada Viviani come un modello diretto per le atmosfere incandescenti del Tristano e Isotta. In questo senso, il “cigno di Catania” e il “mago di Bayreuth”, apparentemente agli antipodi, si trovano uniti nella comune ricerca di un teatro musicale in cui la musica non sia semplice ornamento, ma l’essenza stessa del dramma.
Norma trascende la sua etichetta di opera “belcantista”. È un monumento di perfezione classica nella purezza delle sue linee melodiche, e allo stesso tempo un’opera profondamente romantica nel suo scavo psicologico, nel suo pathos e nella sua latente carica politica. È un’opera che, con la sua “brillantezza” musicale e la sua profondità drammatica, ha saputo guardare al passato classico, dare voce al suo presente risorgimentale e, soprattutto, illuminare il cammino del futuro del teatro in musica.
Rilettura Sinfonica e Tensione Agogica: La Norma di Fabio Luisi alla Scala
Per tutto quanto sopra detto affrontare la partitura di Norma al Teatro alla Scala, tempio che ne vide la genesi, impone una responsabilità che trascende la mera esecuzione.
L’interpretazione guidata da Fabio Luisi, con un cast notevole per coesione e intenti, si è inscritta nel solco di una precisa visione ermeneutica: quella di emancipare Bellini dalla consuetudine di accompagnatore del canto, per restituirgli la statura di un architetto sonoro di stampo pre-romantico, la cui scrittura orchestrale non è semplice sostegno alla linea del canto, ma sostanza stessa del dramma. La lettura di Luisi si è mossa lungo due assi portanti: un’inedita densità sinfonica e una sensibile differenziazione agogica.
L’Orchestra belliniana: protagonista del dramma
Fin dalla Sinfonia, l’approccio di Luisi si è rivelato in tutta le sue caratteristiche portanti. L’attacco dell’Allegro maestoso e deciso iniziale è stato scolpito con una monumentalità quasi marziale, dando un peso specifico ai colpi dei timpani e agli accordi degli ottoni, dal suono denso e materico, non come mera introduzione, ma come enunciazione della “tinta” tragica dell’intera opera: il conflitto tra dovere e passione, tra potere e individuo.
Dove Bellini indica un generico forte (f), Luisi ha cercato il “peso” del suono, un’intensità tellurica. La transizione al secondo tema lirico, affidato ai clarinetti e ai flauti, non è stata un semplice cambio di atmosfera, ma una vera e propria camera di decompressione psicologica. Qui l’attenzione del direttore si è spostata sulla trasparenza delle sezioni, facendo emergere con chiarezza cristallina i controcanti dei violoncelli e il dialogo imitativo dei legni, dettagli che spesso annegano in una visione più focalizzata sulla linea melodica principale.
Questa tendenza a dare spessore sinfonico è emersa con forza nei grandi momenti corali. Il celebre “Guerra, guerra!” (Atto II), segnato in partitura con un eloquente Allegro feroce, sotto la bacchetta di Luisi è diventato una pagina di cupa violenza sonora. Il ritmo ostinato del rullante non era un metronomo, ma un’incitazione cadenzata di passi pesanti, e gli sforzando (sf) posti da Bellini sugli accenti deboli del coro (“strage, strage”) sono stati eseguiti con una brutalità tagliente, trasformando il coro dei Druidi in una massa primordiale e assetata di sangue.
La varietà dei tempi: un sismografo dell’anima
È stata tuttavia la gestione agogica il vero elemento distintivo della serata. Luisi ha dilatato e contratto i tempi con una libertà che ha costantemente utilizzato le indicazioni di Bellini come un punto di partenza per un’indagine psicologica più profonda.
L’esempio paradigmatico è stato “Casta Diva”. L’indicazione Andante sostenuto assai è stata interpretata in senso letterale, con un tempo lento ma scorrevole, sostenuto da una suddivisione sempre “sul fiato del canto” che ha creato un’aura di sospensione sacrale. L’orchestra, con gli arpeggi dei violini con sordina e i sommessi accordi dei legni, ha tessuto un tappeto sonoro rarefatto, servendo la Norma di Marta Torbidoni nel sostegno del fiato e nel legato di eccezionale difficoltà. Nel passaggio alla cabaletta “Ah! bello a me ritorna” che la scansione agogica si è fatta più mossa, ma non estrema. L’Allegro belliniano è scattato sì, ma in modo trattenuto, delicato, quasi sognante trasformando il desiderio di Norma di urgenza spasmodica in un’anelito di speranza. Questo scarto temporale ha dipinto il personaggio non come una sacerdotessa ieratica, ma come una donna lacerata da due impulsi diametralmente opposti, la contemplazione estatica e il desiderio della passione da riconquistare.
Questa flessibilità si è estesa a tutta la partitura. Nel duetto tra Norma e Adalgisa, “Mira, o Norma”, l’Allegro moderato è diventato un organismo vivente, che rallentava in un fraseggio morbidissimo sulle parole “Sì, fino all’ore estreme”, per poi rianimarsi con slancio quasi disperato nella stretta finale, seguendo con sensibilità sismografica le oscillazioni emotive delle due donne.
Le voci nel vortice drammatico
In questa cornice interpretativa, il cast ha risposto con notevole intelligenza. Marta Torbidoni ha offerto una Norma di grande sicurezza vocale, dove lo spessore tragico era conquistato attraverso l’interiore fragilità umana.. La sua vocalità, forse meno corposa di altre interpreti, si è sposata perfettamente con la lettura “sinfonicamente psicologica” di Luisi. Ha dominato la declamazione imperiosa di “Sediziose voci” con accenti scolpiti e ha saputo trovare pianissimi struggenti, come richiesto da Bellini nel finale (“Deh! non volerli vittime”), navigando con sicurezza attraverso le impervie escursioni agogiche imposte talvolta dal podio. Le agilità e il registro acuto sono state sicure ed eleganti.
Vasilisa Berzhanskaya si è confermata un’Adalgisa di lusso. La ricchezza del suo timbro mezzosopranile, unita a una tecnica impeccabile, ha creato un amalgama sonoro di rara bellezza nei duetti. La sua gestione del fraseggio in “Sgombra è la sacra selva” ha evidenziato la trepidazione giovanile del personaggio, in un dialogo costante con le sfumature cangianti dell’orchestra di Luisi.
Michele Pertusi, un Oroveso di paterna autorità, ha beneficiato enormemente dall’approccio del direttore. Il suo “Ah! del Tebro al giogo indegno”, sostenuto da un’orchestra densa e scura, ha acquisito la solennità di un’orazione funebre. Antonio Poli, come Pollione, ha affrontato con slancio la sfida di proiettare il suo timbro lirico su un tessuto orchestrale così rilevato, trovando i momenti migliori nell’assertività della sua cavatina e nella disperazione del finale.
In conclusione, la Norma di Fabio Luisi alla Scala è stata una rilettura potente e, per certi versi, rivelatoria.
Ha sacrificato una certa dose di levità belcantistica sull’altare di una coerenza drammatica di stampo ottocentesco e, per certi aspetti, nel peso sonoro, con un occhio al romanticismo tedesco di Weber e del primissimo Wagner (Divieto d’amare, le Fate), ma ha avuto l’inestimabile merito di rivelare la modernità e la densità sinfonica della scrittura di Bellini, dimostrando come, ben prima di Verdi, l’orchestra fosse già un personaggio vivo, pulsante e determinante nell’architettura del dramma musicale italiano.
L’impianto registico di Olivier Py e il conflitto con la drammaturgia musicale
Se la lettura musicale di Fabio Luisi ha perseguito la via di una magnificazione della sostanza drammatica interna alla partitura, l’impianto visivo concepito da Olivier Py si è mosso su un piano concettuale che, pur partendo da un presupposto storicamente e intellettualmente affascinante, ha finito per entrare in un problematico conflitto con la fonte primaria del dramma: la musica di Bellini.
L’idea di trasporre la vicenda dalla Gallia oppressa dai Romani a una Milano risorgimentale sotto il giogo austriaco è, di per sé, un’operazione di notevole coerenza.
Essa recupera e amplifica quella valenza patriottica che il pubblico dell’Ottocento, come si è detto, aveva immediatamente colto in cori come “Guerra, guerra!”. In questa visione, i Druidi diventano carbonari, il bosco sacro Piazza della Scala stessa e il teatro medesimo, e i Romani gli ufficiali occupanti (nota a margine: quanto rumore scricchiolante nella piattaforma girevole!). Tuttavia, lo sviluppo di questa pur legittima “lettura a tesi” si è concretizzato attraverso un’ipertrofia di segni teatrali che ha rischiato di soffocare l’essenza stessa della drammaturgia belliniana.
Il problema centrale della visione di Py risiede nella sua incessante stratificazione semiotica. L’introduzione sistematica di doppi o mimi per i protagonisti (Norma, Adalgisa, Pollione) ha generato una costante frizione interpretativa. Questo sdoppiamento, di chiara matrice post-drammatica, costringe lo spettatore a un continuo sforzo di decodifica: il mimo rappresenta l’inconscio del personaggio? Il suo destino? Un’alternativa non vissuta? Qualunque sia l’intento, il risultato è una brechtiana alienazione che distoglie dal flusso emotivo primario.
Nel momento culminante di un duetto, quando l’ascoltatore dovrebbe essere completamente avvinto dall’arco melodico in cui Bellini scolpisce la psicologia dello scontro o della riconciliazione, la sua attenzione viene invece frammentata, dirottata verso la comprensione di un gesto mimico parallelo la cui funzione non è immediatamente perspicua.
A questo si aggiunge l’uso di maschere e di un apparato narrativo su più livelli attoriali e simbolici, che moltiplica ulteriormente i piani di lettura. L’occhio viene sollecitato a vagare, a cercare nessi, a interpretare simboli. Ma questo processo, che potrebbe essere fecondo in un contesto di teatro di prosa o in un’opera dalla struttura più frammentaria, si rivela controproducente di fronte a ull’opera lirica che ha nella musica e nell’ascolto il fulcro della drammaturgia.
Qui si tocca il punto nevralgico della questione: in Bellini, come in qualsiasi altro compositore, la drammaturgia è la musica.
Non è un elemento aggiunto o parallelo; è l’unica, autosufficiente portatrice del dramma. Ogni stato d’animo, ogni snodo narrativo, ogni evoluzione psicologica è già interamente contenuta e descritta nella partitura con una precisione assoluta. È l’ampiezza di una melodia a definire la nobiltà di un sentimento; è un’improvvisa modulazione armonica a rivelare un dubbio; è una specifica indicazione agogica (“con ferocia”, “con dolore”) a dettare la temperatura emotiva di una frase. L’architettura belliniana è un organismo perfetto in cui la tensione è generata e risolta attraverso mezzi puramente musicali.
Di fronte a tale autosufficienza, il compito del regista non è quello di aggiungere sovrastrutture intellettuali che necessitano di una propria chiave di lettura, ma piuttosto quello, ben più arduo, di servire la partitura. Servire la musica significa creare un contesto visivo che ne illumini e ne potenzi la narrazione intrinseca, che renda visibile il dramma che l’ascoltatore sta già sentendo in modo così potente. Significa fidarsi della capacità della musica di comunicare senza bisogno di glosse visive.
La regia di Py, nella sua colta e labirintica ricerca di significati ulteriori, ancorchè nella gestualità attoriale e nell’eleganza dei movimenti mimici, ha finito per commettere l’errore più insidioso: quello di non fidarsi della musica, sovrapponendo al discorso lineare e potentissimo di Bellini un proprio discorso parallelo, complesso e intellettualistico, che invece di amplificare il dramma ha finito per distrarre da esso.
- ( nota 1) Carl Dahlhaus
Il contributo di Carl Dahlhaus è il più importante e articolato. Le sue analisi si trovano principalmente in due opere fondamentali:
Nineteenth-Century Music (titolo originale: Die Musik des 19. Jahrhunderts). In questo monumentale saggio, tradotto in inglese e in italiano (La musica dell’Ottocento), Dahlhaus non dedica un capitolo specifico al confronto Norma / Tristano, ma sviluppa il concetto in modo più ampio. Nel capitolo “Melodie lunghe: Bellini e Donizetti”, analizza la struttura della melodia belliniana, sottolineando come la sua ampiezza e la sua logica interna, basata sulla tensione e sul differimento della risoluzione, rappresentino un superamento della quadratura melodica tradizionale. In seguito, trattando di Wagner, Dahlhaus spiega come il concetto di “melodia infinita” non nasca dal nulla, ma affondi le sue radici proprio in questa concezione della melodia come processo continuo, di cui Bellini è stato un maestro. È in questo quadro che va letta l’influenza di Norma sul Tristano: non come una citazione, ma come l’assorbimento e lo sviluppo di un principio compositivo fondamentale.
I drammi musicali di Richard Wagner (titolo originale: Richard Wagners Musikdramen). In questo testo, Dahlhaus analizza ogni opera matura di Wagner. Anche qui, il riferimento a Bellini è trasversale. Discutendo del Tristano, Dahlhaus sottolinea come la “concezione wagneriana del dramma musicale” non sia un’invenzione ex nihilo, ma il risultato di una sintesi tra la tradizione sinfonica tedesca (Beethoven) e la logica del dramma operistico italiano. Afferma che Wagner “non aveva affatto dimenticato” la sua ammirazione per Bellini quando, un quarto di secolo dopo, compose Tristano e Isotta. L’idea di un’intera scena costruita come un unico, immenso crescendo di tensione (il “groundswell” cromatico) è un principio che Dahlhaus riconduce all’efficacia teatrale dei grandi concertati italiani, di cui il finale di Norma è un esempio supremo.
Egon Voss
Il lavoro di Egon Voss è di natura più filologica, ma essenziale. In quanto co-curatore dell’edizione critica completa delle opere di Wagner (la Richard Wagner-Gesamtausgabe), inclusa quella di Tristan und Isolde, il suo contributo non consiste tanto in saggi interpretativi su questa specifica influenza, quanto nel fornire il testo musicale criticamente accertato su cui si basano tutte le analisi successive.
Tuttavia, in saggi sparsi e contributi a volumi miscellanei, come quello intitolato “Einflüsse Rossinis und Bellinis auf das Werk Wagners” (Influenze di Rossini e Bellini sull’opera di Wagner), contenuto nella raccolta di studi Richard Wagner und seine “Lehrmeister” (Richard Wagner e i suoi “maestri”), Voss discute esplicitamente l’ammirazione di Wagner per i compositori italiani. In questi contesti, l’analisi si concentra sulla capacità di Bellini di integrare la coloratura e l’espressione drammatica, un aspetto che affascinava Wagner e che egli, a suo modo, ha trasposto nella vocalità delle sue opere mature.
Giada Viviani
Per completezza, è utile citare lo studio di Giada Viviani, intitolata Wagner italiano. Il Musikdrama e gli insegnamenti del melodramma. Questo studio, basandosi ampiamente sugli scritti di Dahlhaus e altri, dedica intere sezioni a ricostruire l’influenza del melodramma italiano su Wagner. Cita esplicitamente il saggio di Dahlhaus e il passaggio in cui si afferma che Wagner non dimenticò Bellini componendo il Tristano. La bibliografia di questo testo è una miniera di riferimenti per approfondire l’argomento. ↩︎
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