Mefistofele_2023-24-TOR
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Mefistofele di Boito è un’opera dal destino curioso. Mai apprezzata da critica e musicisti, ha viceversa sempre incontrato il favore del pubblico. Dal 1900 agli anni Sessanta è stata sempre in repertorio, poi è sparita, per ricomparire alla fine del secolo scorso. Rapsodicamente fa la sua comparsa nelle stagioni, con puntuale grande successo di pubblico e con il naso storto della critica che dice “ Boito non sapeva comporre”, Boito è un velleitario”, Boito è rozzo”.

Anche a Roma è accaduta la stessa cosa, con il pubblico che decreta il trionfo e la critica che si domanda il senso di un’inaugurazione nel nome di Boito, musicista per caso che credeva di cambiare il mondo ed è finito a scrivere i libretti per quello che lui considerava “il mondo” (forse però riuscendo, grazie ai suoi versi, a cambiarlo un po’).

Mariotti crede nel Mefistofele, e si sente. Lo dirige integralmente tranne un breve taglio al IV atto dalle parole di Mefistofele “Ma qual si inoltra volante e danzante gajetto sciame femminil” fino alla danza immediatamente successiva compresa (taglio musicalmente incomprensibile, che temiamo chiesto e ottenuto dal regista). Una direzione viva, teatralissima, con un’orchestra che entra ed esce dal tessuto vocale non semplicemente come sostegno o accompagnamento, ma come co-protagonista nel suggerire e raccogliere il colore del canto e la scansione della frase. L’orchestra di Mariotti non ha solo suono: ha articolazione e dizione, ha, in pratica, parola.

Sul versante dei cantanti, tutti hanno dimostrato di essere stati concertati con un’attenzione formidabile all’espressione della scansione sillabica. Svetta Maria Agresta, sicurissima, imperiosa, smagliante. L’atto terzo, certo il momento più commovente dell’opera, l’ha trovata interprete riccamente drammatica e passionata. Joshua Guerrero (Faust) ha un timbro più ordinario, ma è cantante sensibile con un fraseggio lirico ed elegante, di cui si apprezzano le sfumature ed il ricorso a sottigliezze e smorzature.
Il protagonista John Relyea ci è sembrato non pienamente a suo agio nella parte che, a nostro avviso, gli sta larga. Non ha di natura una ricchezza timbrica nè una tecnica adamantine, vuole scurire ma forza. È un peccato perché in scena ha presenza e capacità attoriale, ma in una compagnia di “Mefistofele” chi deve svettare è il protagonista. Se viceversa la punta di diamante è Margherita c’è qualcosa che non va.
Coro al di sopra di ogni elogio. Il “ci prostriamo a Mefistofele al nostro Re, ognun atterrasi dinnanzi a te” del II atto così come chiesto da Mariotti e come sillabato sottovoce “parlando” dalla massa corale è da leggenda.

La regia coglie abbastanza bene l’impianto drammaturgico dell’opera, tranne che nel Sabba Classico, sbagliato. Attorialmente è efficace nei gesti, nel movimento scenico e nella mimica dei protagonisti (Prologo, atto I, Scena del Giardino), muove spigliatamente le masse nella scena di apertura del I atto. A volte è inutilmente didascalica (la coppia “in più” nella scena del Giardino, i video nella scena della Prigione), a volte, per scelta, inutilmente statica (il Sabba come contraltare delle falangi celesti, immobilizzato).


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