Dal 31 Marzo al 27 Aprile 2019
“Caro Arturo, Tu mi hai dato la più grande soddisfazione della mia vita. La “Manon” nella tua interpretazione è al di sopra di quanto io pensai a quei tempi lontani. Tu hai reso questa mia musica con una poesia, con una souplesse e una passionalità irraggiungibili (…omissis..). Tu hai sopratutto (sic) comprendere tutto il mio spirito giovane e appassionato di trent’anni fa”.
(Lettera del 2 febbraio 1923 di Giacomo Puccini ad Arturo Toscanini in occasione delle recite del trentesimo anniversario di “Manon Lescaut”).
Viene in mente questa lettera dopo aver ascoltato e visto Manon Lescaut alla Scala ieri sera, perchè, come in un negativo fotografico, tutti gli elementi che secondo Puccini facevano “grande” l’interpretazione di Toscanini, sono stati completamente elusi. Nessuna poesia, nessuna souplesse e, cosa gravissima non solo in quest’opera, ma in tutto Puccini, nessuna passionalità nella direzione di Riccardo Chailly. I primi due atti sono stati nella conduzione orchestrale rigida, pesante, priva di ogni colore che non fosse quello di una morchiosa lattigine cinerea probabilmente una delle nostre esperienze teatrali peggiori in trent’anni di frequentazione scaligera e, con sicurezza, la prova infima da noi ascoltata di Riccardo Chailly.
Orchestra senza alcun brio ,vapore, ,gioco, ,seduzione, celia e ritmo per tutto il primo atto e, soprattutto fissata in una dinamica sempre collocata tra forte e mezzoforte. Il secondo atto era, se possibile, ancora peggiore, perché gli accompagnamenti che dovrebbero suggerire “carezzevolità”, “voluttuosità”, “sensualità”, in particolare, naturalmente a “In quelle trine morbide”, ma anche in “Tu, tu amore tu” erano aridi, grigi, freddi tale da far pensare che a Chailly sfugga completamente la dimensione “eros” di Manon, con tutte le conseguenze del caso. Perchè in tutto questo mancava una qualsiasi idea di concertazione con i cantanti. Ognuno, infatti, è parso lasciato solo con se stesso e, dato che non si trattava di un “trio delle meraviglie” in scena, è facile comprendere come quest’atteggiamento si sia trasformato nell’atto della realizzazione. Alvarez, e lo diciamo con tristezza perchè è stato da sempre uno dei nostri tenori preferiti, con un timbro che fu meraviglioso, non faceva altro che spingere, ghermendo ogni sillaba di forza senza alcuna ricerca di sfumature.
Siri è la versione moderna del “soprano-patata” dei tempi di Toscanini: ha un timbro uniforme e, da sola, non è in grado di rendere un etto delle possibilità della parte. La linea di canto ci sarebbe, ma priva di un’idea interpretativa canta come se le parole provenissero dai vecchi elenchi telefonici. Cavalletti tratteggia un Lescaut generico che forse vorrebbe burbero con l’effetto di appiattire il personaggio privandolo di simpatia, ribalderia e, per dirla con il Bardolfo di Falstaff, “furfanteria”.
Questo per i primi due atti.
Il Terzo e Quarto sono andati complessivamente meglio, anche perchè peggio non era possibile. Inquadrati in una generica dimensione “Thanatos”, da tragedia drammatica non hanno però portato maggiori sottigliezze nè nel canto, soprattutto di Alvarez e Cavalletti, nè in Chailly nel quale, tuttavia, abbiamo apprezzato l’equilibrio sonoro alla fine del Quarto Atto: ma anche qui, la concertazione? L’ “ancor ti sento” della Siri dovrebbe emanare un qualcosa, un brivido, uno sgomento, il riaffacciars subitaneo di una passione mai sopita che Eros spalanca anche in punto di morte.
Invece niente: il solito elenco del telefono. Amen.
Capitolo regia.
Una volta le direzioni musicali davanti a cose così sconcertanti protestavano il regista oppure facevano togliere d’autorità elementi indecorosi. Ne citiamo alcuni. In primo luogo i doppi: cosa sono? Chi sono? Cosa rappresentano? Perchè? Non abbiamo trovato una risposta, Non l’abbiamo trovata nemmeno nelle lavagnette con scritto in gesso “5”, sempre “5” nell’appello nel terzo atto, e nemmeno nella ridicola partenza della nave con attaccata ancora la passerella (roba da oratorio malmesso, non da Scala).
Altri momenti imbarazzanti: il facciotto di Alvarez/Des Grieux che spunta dal finestrino al “Tu, tu amore tu” fa ridere e non commuove, così come fa ridere, rovinando irrimediabilmente il clima di tragedia, l’intervento dei personaggi secondari nel Quarto Atto, in particolare il “biancovestito” che rovescia l’ampollina d’acqua sulla testa dell’assetato Alvarez. Chailly queste cose non avrebbe dovuto accettarle.
Ci dicono che il regista precipitò nella buca del suggeritore: degna fine per chi nella vita non accetta suggerimenti.
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