Manon Lescaut | Giacomo Puccini - Teatro Comunale di Bologna
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Abbiamo assistito all’ultima replica di questa “Manon” bolognese, dalla prima fila centrale in platea di questo curioso salone congressi trasformato in, si spera, provvisoria sala teatrale. Ragione della trasferta primariamente Oksana Lyniv in una delle partiture di Puccini che più amiamo e conosciamo e che, purtroppo, non viene così spesso allestita come desidereremmo.

Premettiamo che la Lyniv non segue la linea interpretativa che in Manon prediligiamo: lo scontro Eros/Thanatos, brillantezza/cupezza, leggerezza/densità, svagatezza/tragedia che contrappone i primi due atti agli ultimi due. Lei vede “Manon” già come un prodotto maturo, che si staglia nettamente a fianco di Bohème e ancor più a Butterfly e, soprattutto, che si imbeve di Wagner in numerosi anfratti dell’orchestrazione e nelle armonie.

Non senza ragione, dato che come è noto Puccini, negli anni di composizione di Manon, studiava Tristano e trascriveva per Ricordi una riduzione orchestrale dei “Maestri Cantori”. L’operazione di Lyniv è dunque saldamente ancorata: i tempi sono calibrati e in genere più moderati del consueto, soprattutto nel primo atto (che perde un po’ di brillantezza e svagatezza acquisendo però una sostanza di cupezza che già è prodromica alla successiva tragedia), gli spessori sonori abbastanza importanti e un’attenzione insolita all’evidenza dei timbri più aspri. Un’idea modernista di Puccini che in “Manon” ci è apparsa suggestiva. Le frasi melodiche vengono proposte dalla direttrice con intensità , flessibilità agogica, private del classico “melos” di scuola italiana e questo può infastidire qualcuno. La dinamica è sempre ben controllata, nei piani e nei pieni, il suono di grana minerale, ma non pesante, il gesto elegante e preciso. Il punto di osservazione della Lyniv su Puccini è chiaramente situato in Mitteleuropa, non in Italia.
Abbiamo apprezzato inoltre la più che rara capacità tecnica sui cori del primo atto, che in nove casi su dieci anche con blasonatissimi interpreti dal podio vanno “fuori” mentre qui erano in perfetto aplomb e la perfetta tenuta ritmica sullo scabroso cambio di tempo nella chiusa del II atto (da “Allegro” a “Vivacissimo”, 13 dopo 54 con lo “stringendo” perfetto e imperversante delle ultime otto battute). Tecnicamente la direttrice c’è. E molto.

La ricreazione settecentesca del Secondo Atto, se è apparsa poco nostalgica, è invece stata proposta avulsa da colorismo, ma pienamente immersa nel dramma, dove il tempo lento dei cori e del minuetto introduceva una dissociazione timbrica che rifletteva quella di Manon nel doversi comportare nei modi per ciò che non è nell’animo. Il Terzo e Quarto atto, dove il dramma e il pathos sono costitutivi hanno beneficiato in maniera più tradizionale dell’approccio della Lyniv con qualche eccesso veristico, consentito ad Aronica, che avremmo evitato. Però anche qui il grande concertato del III atto e il duetto finale hanno beneficiato di un controllo, di un senso della frase e di un effetto tragico, ma non sentimentalistico, efficace.

In definitiva, dalla Lyniv, un Puccini poco sentimentale, mai melenso, molto strutturalista, ma non freddo.
I cantanti dell’ultima replica erano il tenore Aronica, la cui voce un tempo si sarebbe definita “generosa”, dal fraseggio ricco di patos, senza una particolare evidenziazione di un carattere insolito rispetto al consueto ardore connaturato a Des Grieux. Più sfumata e interessante la protagonista Lana Kos, quarantenne soprano croato, che tratteggia sapientemente una Manon abile nel trascolorare dal registro frivolo a quello tragico; la voce è luminosa con acuti taglienti ed esatti e una capacità di colorare la frase anche nei centri, dove il corpo del suono non è così sfavillante come nell’acuto. Più ordinario il baritono, Gustavo Castillo, un Lescaut privo di nobiltà , piuttosto guascone, impetuoso, dal timbro rude.
Da ricordare la prestazione di Paolo Antognetti come Edmondo, le cui sfumature avremmo voluto ascoltare nel canto del protagonista.

Lo spettacolo di Leo Muscato è di una novità assoluta, dato che si attiene alla drammaturgia dell’opera, non si avvale di “dramaturg” alternativi ai già noti Puccini, Illica, Giacosa & Co. della partitura, non assume “concept” (si dice così?) di propria creazione e, incredibilmente, fa quello che dovrebbe fare un regista: ovvero muovere le persone in scena, suggerire la mimica, la gestualità, le movenze, facendo sì che il cantante diventi un attore non a scapito del canto e dell’ascolto: impresa riuscita.

Due note di colore.
La prima sul luogo: un posto situato alla periferia di Bologna, in mezzo al nulla. Si esce, non c’è l’ombra di un taxi, si chiama e si spera in Dio. La sala è orrida (un centro congressi), l’acustica buona (ma eravamo in prima fila in platea, non sappiamo ciò che accade dietro di noi): crediamo che la scarsa profondità e la limitata altezza del palcoscenico siano di ausilio alla proiezione delle voci,che arrivavano tutte chiaramente alle nostre orecchie.

Seconda nota:
Oksana Lyniv ha risolto magistralmente l’outfit della direttrice d’orchestra con una confezione sartoriale di una sorta di frac femminile, più simile a una redingote-finanziera, con la fascia trasformata in larga cintura di tessuto con nodo a fiocco sul fianco di grande sobrietà stilistica, femminilità e classe.


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