7 Dicembre 2016
Come sempre (o quasi) succede quando c’è di mezzo il trinomio Chailly-Pereira-Scala, la montagna ha partorito non il topolino, ma una triste falena grigiastra. Il direttore musicale della Scala sembra incapace di salire sul podio senza infarcire la sua attività di magniloquenza e sovraesposizione mediatica su autoreferenziali “novità di lettura” che gli addetti ai lavori, al posto di stimmatizzare, accettano come “oro colato”, riempiendo pagine su pagine su giornaloni, giornaletti, blog e Facebook. Era successo con l’Aida (ricordate il “simbolismo del tre”, massone; che nell’idea di Chailly doveva rivelare chissà che e che viceversa non fece altro che essere coperto dalla morchia generale di quella produzione, orchestrale e no). Oppure ancora la Turandot del finale-Berio di cui già parlammo a suo tempo spacciata come “autentica volontà pucciniana”, mentre invece la tradisce fino all’ultima goccia.
Prosegue il ciclo questa produzione di Madama Butterfly, che nelle intenzioni della Scala (Pereira-Chailly) dovrebbe riproporre la novità incredibile della prima versione 1904 tale e quale fu fischiata dal pubblico e che, invece, si rivela un’operazione di puro, semplice e pessimo marketing dato che la “ur” Butterfly gli addetti ai lavori la conoscono da almeno trentacinque anni, gli appassionati più o meno dallo stesso periodo e tutti, ripeto, TUTTI, sono concordi nell’ammettere che senza dubbio è peggiore, e non di poco, da quella a tutti nota. Francamente non capiamo queste operazioni di “retroguardia” di Chailly, come se dovesse in qualche modo sempre volersi differenziare in qualcosa già all’origine della lettura. Per cosa? Per evitare confronti? Per buggerare il prossimo nella speranza che non si avveda che la novità è invece da decenni stantia? Non lo sappiamo. Però quando tutti i più valenti studiosi pucciniani (uno su tutti, Michele Girardi, ma anche D’Amico e Bernardoni) dopo analisi su analisi spiegano chiaramente che la ur-Butterfly è meglio lasciarla perdere un motivo ci sarà.
Ma forse, semplicemente, Chailly crede di essere più intelligente non solo dei suddetti musicologi, ma anche di Puccini stesso, che prima di arrivare alla partitura definitiva (quella di Parigi) la riprese in mano almeno altre quattro volte.
Non è il caso, qui, di spiegare i motivi per cui la ur-Butterfly cede il passo alle versioni successive. Solo a titolo esemplificativo tre momenti. L’entrata di Butterfly nella versione originaria che si ascolta ora alla Scala, non ha nulla dello slancio melodico che Puccini le conferirà in seguito. La melodia della protagonista si accascia in maniera dolciastra invece di tendere all’acuto perdendo completamente l’effetto che raggiungerà nelle versioni successive. E’ un momento “topico” dell’opera, e la melodia che connatura Butterfly viene riutilizzata più volte, quindi questa inadeguatezza pervade gran parte della scrittura riferita alla protagonista. Secondo momento: il matrimonio. Tutte le chiacchiere, le canzoncine (derivate da materiale musicale originario del Giappone) i coretti, l’intera parte di Yakusidè sono musicalmente dimenticabili e rallentano l’azione. Terzo, e fondamentale: la morte di Butterfly. Anche qui la melodia di “o a me sceso dal trono” non ha nulla dello slancio tragico che acquisterà in seguito, mantenendo invece una linea orizzontale rinunciataria e priva di mordente. Come si vede non si tratta di episodi veniali, ma di “punti culminanti” della partitura: togliete a Butterfly l’ingresso e la sua melodia, la morte e la stringatezza ed il risultato non può che essere un’opera appannata fin dalle fondamenta. E questo Chailly lo dovrebbe sapere molto bene.
Ora veniamo alla realizzazione partendo proprio dalla direzione d’orchestra. Il colore perennemente lattiginoso, come il cielo di Milano quando è grigio e la luce si diffonde nella nebbia, l’assenza di teatro e di mordente, l’uniformità del fraseggio e della tinta cospargono a piene mani di noia il racconto. Non occorre andare troppo lontani nella memoria per trovare a Milano una Butterfly teatrale, seppur in forma di concerto: quella alla “Verdi” dell’anno scorso diretta da Bignamini è un valido esempio. Questa procede come un meccanismo ben oliato ma inane dall’inizio alla fine, senza un briciolo di commozione: nelle vene scorre la sabbia ed al posto del cuore c’è un mattone d’argilla. La protagonista Siri canta bene, anche se, non so quanto dipendente dall’anaffettività di Chailly e dall’inesistente ritmo teatrale, il suo fraseggio è piuttosto monocorda. Il tenore Hymel nella sua rozzezza di emissione e timbro sostanzialmente inascoltabile. Eccellenti invece le parti di Annalisa Stroppa come Suzuki e di Carlo Bosi come Goro.
La messa in scena (regia è una parola inappropriata) è quella delle figurine “Liebig” del 1920/1930. Bozzettistica a dire tanto, strapaesana per dirla tutta. Quindici minuti di duetto d’amore in cui non succede nulla: si vede il bozzetto della baia di Nagasaki in un’ora serotina imprecisata tale da non aver nemmeno il sorgere di stelle e della notte. Il Coro a Bocca Chiusa mimato da “geishe farfalle” chiuse nelle pareti dello shosi. Il rito del suicidio di Butterfly affiancata da dieci persone quando invece dovrebbe essere sola. L’obi scambiato con un Kimono.
Insomma, una pena visiva che non trova riscatto nell’ascolto musicale.
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