Lucia di Lammermoor alla Scala 2023

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https://www.teatroallascala.org/it/stagione/2022-2023/opera/lucia-di-lammermoor.html

Riccardo Chailly prende la partitura di Lucia di Lammermoor e le fa compiere il viaggio di ritorno, rispetto a quello di andata effettuato nel lontano Ottocento con Cammarano e Donizetti, riportandola nei luoghi della Scozia letteraria di Scott e musicale di Mendelssohn, osservati da Lipsia, dal Gewandhaus e anche dal numero 3 di Brühlstrasse. La Natura, spettatrice e cornice dell’azione musicale e scenica, diventa protagonista in orchestra, con una ricchezza timbrica, sonora così sontuosa da risultare sbigottente. Corni e tromboni armonicamente bronzei (anche “Lucia”, come “Der Freischütz”, per dirla come Kleiber è “opera cornuta”), sostenuti da timpani a membrana tesa e riverberante, evocano scenari weberiani, quando non addirittura wagneriani (nell’uragano del terzo atto il rullo di timpano, così come concepito sonoramente, sarebbe idiomatico per il momento caratterizzante l’approdo dell’Olandese a Sandwick). Anche l’arpa che introduce Lucia circonfonde con un’aura eroica la dolcezza e la mestizia della scrittura (n.3 Scena e Cavatina-Maestoso). Gli archi, plastici e rigonfi di tessuto antico, hanno l’imponenza e la capacità di sfumare di un organo dagli infiniti registri di una cattedrale gotica.

Il tutto condotto con una capacità di creare innumerevoli piani sonori, dinamici, agogici, timbrici realmente trascendentale, ma dal non equivalente impatto emozionale (“il vecchio ordigno, il cuore” del Maestro non sembra svegliarsi).

Tutto ciò che avviene in orchestra si riflette in un Coro dalla compattezza e incisività sonora che dispiega un canto dalla pienezza colossale ( es. stretta finale II); in tutto questo si perdono, purtroppo, le particolarissime indicazioni donizettiane “fp” di cui è disseminata la linea orchestrale, corale e anche solistica, che caratterizzano il ritratto di quell’umanità sempre al culmine iperbolico dell’accensione passionale che viene emessa in forte per poi, subitaneamente, ritrarsi in un piano come se ci fosse un terrore diffuso a spiegarla in pienezza, raccogliendola invece in un raffrenamento feroce.
I timbri del cast vocale sono, in alcuni casi (Pinkhasovich, Pertusi) in piena aderenza con quelli costruiti dal podio in buca e nel coro, in altri (Oropesa) con essi confliggono fino a giungere a punti di rottura espressivamente sensazionali (la scena della Follia!), in altri ancora (Florez) ne sono per natura del tutto avulsi. In ogni caso tutti i cantanti, nel rispetto della propria personale timbrica, sono impeccabili; generalmente non ravvisiamo un’attenzione al palcoscenico in sede di concertazione, in ricerca di sfumature, in suggerimenti, in richieste, da parte del direttore paragonabile a quello che questi riserva all’orchestra e al coro (con l’eccezione, già ricordata, della scena della Follia).

La regia di Kokkos, che rispetta la drammaturgia musicale, costruisce con piccoli gesti scenici, minimali, la piena caratterizzazione dei protagonisti, in particolare la progressiva rottura psichica di Lucia.

Ultima replica con esito trionfale per tutti, soprattutto Oropesa, Florez, Pertusi e Chailly.


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