In pochi giorni in Italia abbiamo occasione di ascoltare la prima e l’ultima opera di Puccini: una che racconta gli effetti esoterici di una maledizione d’amore (una donna abbandonata che muore e da spirito vendicativo ritorna per ghermire il suo uomo e trascinarlo nel mondo dei demoni), quasi un presagio di quella “sliding door” nella vita di Puccini che fu Doria Manfredi, l’altra, opera “maledetta” che tenne impegnato il compositore anni e anni e arrivò a noi interminata. Le Villi e Turandot, incredibilmente, sono le uniche due opere di Puccini in cui le protagoniste sono l’incarnazione della vendetta e sono le uniche sue opere liriche che sono fiabe: la parabola artistica, o meglio l’iperbole, di Puccini si apre e si chiude sotto il segno della vendetta femminile contro l’uomo e della fiaba.
Non tergiversando, noi amiamo “Le Villi” per quelle strane ragioni che ci fanno sembrare attraenti le opere sature di genio che arriva nella sua materializzazione sonora sofferto, incompleto, perchè sostenuto da tecnica ancora se non immatura, non all’altezza vertiginosa dell’ispirazione. Un po’ come Mefistofele, a cui “Le Villi” è un po’ debitrice per ricerche armoniche e strumentali desuete, e soprattutto per quella forma lacerata in odore di scapigliatura di “opera ballo” dalla drammaturgia sbilenca (Puccini, il futuro grande artefice delle morti di donne più commoventi della storia, in “Le Villi” la morte nemmeno la inscena, la fa narrare da una voce recitante) che assomma canto lirico, danze paesane, orge, sabba e voce recitante in una partitura che dura un’ora. Ricordiamo che la voce recitante in un’opera italiana era stata utilizzata vent’anni prima proprio da Boito nella prima edizione del “Mefistofele”, poi ritirata, nel “Prologo in Terra” (cancellato nella seconda, edulcorata versione) che vedeva un attore impersonante il Compositore dialogare con un altro impersonante il Pubblico. Il libretto di tale versione primigenia, interessantissimo, si può acquistare on line.
Mettere in scena in un grande teatro come il Regio “Le Villi” quindi ha un grande merito culturale in sè, perché è un’opera che merita di essere conosciuta e apprezzata. Ma lo avrebbe maggiormente se l’operazione fosse una in cui ci si crede, cosa che a noi non è sembrata.
Partiamo dal podio: Riccardo Frizza. E’ un direttore che ha seguito una sua propria evoluzione, anche nella concezione stessa del suono, che ora ha acquisito corpo e peso, prima meno presenti, perdendo al contempo leggerezza e flessibilità. “Le Villi” ha necessità, per la sua particolare drammaturgia e la visionarietà delle situazioni, di una bacchetta in grado di accendere la partitura di un fuoco sotterraneo e di venti passionali, se l’esecuzione è limitata a una corretta e anche rinunciataria lettura l’opera non viene valorizzata, ma si spegne sotto un manto di morta cenere e non è sufficiente L’indubbia correttezza tecnica e precisione per animarla e insufflare vita.
Ovviamente se dal podio questo promana non si può pretendere che i tre protagonisti possano trovare chissà quali intuizioni interpretative, peraltro protagonisti (Laura Giordano, Raffaele Abete e Gezim Mishketa – era il secondo cast -) ognuno dei quali con proprie caratteristiche e anche problematiche vocali. Quindi, lasciati a loro stessi, ricoperti dalla cenere del podio, poco hanno potuto per valorizzare il loro canto. La migliore ci è parsa, comunque, Laura Giordano, ma tutto è, come sempre, relativo al “mondo dei ciechi”.
Coro con qualche disequilibrio (succede che voci singole nei bassi sforino), orchestra buona (ma due mesi fa stava in cieli completamente diversi, è bene ricordarlo). Regia di Pier Francesco Maestrini e coreografie di Michele Cosentino avvilenti in una messinscena imbarazzante (il cubo di plexiglass trasparente sul quale in piedi la vila canta, a simboleggiarne la fluttuazione spiritica, è un escamotage scenico crediamo da prestigiatori in fasce negli spettacoli da oratorio anni cinquanta).
Teatro mezzo pieno. Applausi.
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