La Rondine, trent’anni dopo il miracolo idiomatico, riapproda alla Scala. Riccardo Chailly incastona un’esecuzione superba per cultura del suono, conoscenza della partitura, convenzione del fraseggio. Tutti i tempi di danza, le citazioni da music-hall, i rimandi degli ottoni “wa-wa” gershwiniani, i tromboni “à la Berg”, i legni “à la strawinsky”, la citazione (enfatizzata dal gesto) della “Salome” (proprio dopo il bacio, in minore). Tutto perfetto, più che perfetto, al suo posto, realizzato come meglio non si potrebbe da un massimo topografo verticale e orizzontale della partitura dalla cultura musicale sconfinata. Molti decibel abbaglianti (anche in scena) nel concertato del secondo atto, con un coro sontuoso in proscenio avanzatissimo al termine del quale l’ovazione è piovuta come il diluvio di Noè.
Noi fummo, già detto, a suo tempo miracolati, e da tanta sapienza, ora ed oggi, siamo ammirati, e non commossi nel profondo. “La Rondine” è, forse, “anche”, un po’, music-hall, “anche”, un po’, operetta, “anche” un po’ la topografia pucciniana del suo presente e del suo futuro; è soprattutto sogno e memoria e spoglia caducità; poco “qui e ora”, molto passato, “laggiù e ieri”: solo a tratti, segnatamente nelle ultime pagine, il maestro Chailly ce lo ha ricordato. Tuttavia, come si dice, avercene.
Compagnia di canto concertata come meglio non si potrebbe e una protagonista, Mariangela Sicilia, dalle messe in voce in acuto perfette (e sono scomode!), dizione impeccabile, fraseggio di un’eleganza espressiva da incorniciare trionfa nella parte, tutti gli altri eccellono, senza punti deboli. Orchestra sontuosa, coro smagliante, nel secondo atto addirittura imperversante.
Regia aderente alla concezione del podio, con spunto iniziale non originale di teatro nel teatro, fedele alla drammaturgia dell’opera, un po’ condita e strabica da “doppi”, colorismi accesi e lazzi e movenze e gesti di maniera, talvolta affettati e caricaturati (fra Hollywood anni 50 e Esther Williams).
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