Verdi-La Forza del Destino-Teatro Alla Scala

Riccardo Chailly sul podio de "La Forza del Destino". www.teatroallascala.org

Anna Netrebko-Luciano Ganci-Ludovic Tézier-Vasilisa Berzhanskaya

direttore Riccardo Chailly

La recita pomeridiana del 22/12/2024 si è conclusa in acclamati trionfi per tutti i membri del cast vocale e per il direttore d’orchestra, con note di entusiasmo fanatico (urla e strepitii, anche da parte di bambini di otto anni) per Anna Netrebko, all’ultima sua replica. Le nostre note saranno piuttosto brevi, perchè non abbiamo ravvisato in questa esecuzione dell’opera di Verdi un risultato sconvolgente tale da rivoluzionare l’idea che abbiamo di questo lavoro dopo innumerevoli ascolti e di confronti sulle parti.

Riccardo Chailly ha diretto da par suo, quindi in modo egregio, la complessa partitura. L’idea che ci è parsa portante è quella di una costruzione a pannelli, come sezioni di un affresco sulle quali la telecamera, o lo sguardo, o la bacchetta che dir si voglia, stringe sulle singole scene facendone ammirare dettagli anche in maniera maniacale e desueta, ma non allargando a una visione di insieme. L’arco narrativo è stato così frazionato in singoli episodi, ognuno dei quali magari, singolarmente preso, ingenera una sua propria tensione drammaturgica che però non si integra in quello successivo. La drammaturgia appare perciò frammentata. Chailly cura la bellezza del suono in maniera maniacale, l’attenzione timbrica è accarezzata con attenzione certosina e l’insieme è dotato di pasta sonora densamente luminosa. Il passo narrativo spesso svantaggia la tensione, soprattutto di origine ritmica, a vantaggio del singolo inciso, della pennellata sorprendente, della sottolineatura insolita (un esempio su tutti, il la bemolle pizzicato di violoncelli e contrabbassi all’unisono di Carlo sulla sillaba “stol” di stolto 5a battuta dopo E, Andantino, indicata da Verdi in piano è accentata da Chailly in mezzo forte per rivelare una tinta scura, macabra, ma è un effetto cercato in contrasto con la lettera).

Non è infrequente in intepreti de “La Forza del Destino” indugiare , perchè la caratterizzazione dei singoli pannelli è un’attrazione fatale per il direttore che viene indotto ad abbandonare il ritmo e la tensione a vantaggio del dettaglio descrittivo. Non sempre gli accompagnamenti ci sono sembrati rispondenti al dettato in partitura: Chailly non fa lo “Stringendo” dopo il “Ritenuto grandioso” nella Sinfonia, che infatti non è scritto (ma che fanno tutti), in compenso però infarcisce la “Ballata” di Pereida di tantissimi cambiamenti di tempo non indicati, non sappiamo se per accontentare il baritono o per decisione sua propria. Le cabalette hanno un peso sonoro equilibratissimo e rispettano i segni verdiani, ma difettano in più o meno larga misura di fuoco e slancio (es. la conclusione del duetto Alvaro/Leonora del I atto), alcuni cori hanno sospetto di metronomo e pesantezza (il finale I quadro del II atto , quella sequenza di “Ollà,ollà,ollà”, grigi, a tempo con le due braccia su e giù insieme), altri hanno invece una cura di accompagnamento sbalorditiva (“La Vergine degli Angeli”), altri con poca frizzante leggerezza e spavalderia, ma comunque ben condotti senza alcuna sbavatura (il “Rataplan”). In generale la differenziazione dinamica non ci è sembrata con Chailly così straordinaria all’interno dello stesso range: le sei “p” estremamente piano del tremolo dei violini di chiusura non sono sembrati tanto diversi dalle due “p” di altri momenti. In ogni caso una ottima direzione, la diremmo di grande istituzionalità, quale Chailly ci ha abituati in dieci anni di lavoro alla Scala.

Non sappiamo come avvenga il lavoro di concertazione durante le prove da parte del Maestro Chailly, se presenzia a tutte, segua direttamente i cantanti al piano, intervenga sul fraseggio o sulla parola o lasci indicazioni ai sostituti; l’effetto finale all’ascolto dal vivo, non solo ora, ma in tutte le opere da lui dirette in questo decennio, ci ha fatto propendere per un’attività di sostanziale lavoro sull’equilibrio voci/orchestra, di grande cura e con alti esiti mirato più a colloquiare con la linea di canto, già impostata, invece che suggerirla. In pratica più una direzione e una concertazione in orchestra invece di una sul palcoscenico.

In questa Forza del Destino, ad esempio, abbiamo qualche difficoltà a definire il personaggio di Leonora quale è stato interpretato da Anna Netrebko. Se è vero, come dice Budden, che “nient’altro è appropriato alla frase verdiana se non un soprano che sia una grande attrice grazie alla sua voce”( e qui il grande studioso coglie il punto fondamentale che nell’opera lirica l’attorialità è la vocalità), dobbiamo riconoscere che purtroppo, al momento, la qualità vocale del soprano russo pecca di intonazione, di fermezza e di dizione.

Ha ancora un bel timbro luminoso, soprattutto nell’acuto, e alcune sue messe in voce su quel registro non mancano di fascino. Nei centri e nei gravi però la situazione peggiora, in alcuni casi la “poitrinée” diventa lupesca e non si capisce bene il tratto cardine della sua Leonora che giunge a patti tramite una genericità di contorni drammatici sui quali agisce un indubbio, e ancora preservato, carisma vocale e scenico. Il pubblico la ama e le tributa trionfi da diva, ma dal punto di vista vocale le mende ci sono e non le tacciamo. Il rispetto dei segni d’espressione latita in larga misura e ciò che ne esce è una Leonora la cui caratteristica principale è la genericità: generalmente drammatica, generalmente impetuosa, generalmente dolente.

Le difficoltà di Anna Netrebko sono purtroppo messe in rilievo nel confronto con i partner della recita, che hanno tutti caratteristiche vocali esenti da sostanziali mende tecniche. Primariamente Luciano Ganci che disegna un Alvaro doloroso e amaro quando serve e coglie perfettamente gli istantanei mutamenti di carattere, in particolare le subitanee furie (che in qualche modo anticipano il carattere vocale di Otello). Inoltre la linea di canto è fluida, la dizione articolata e precisa, inoltre fa un gran lavoro nel rispetto dei segni di espressione.

Analogamente Ludovic Tézier è impeccabile in timbro ed emissione; il suo Carlo talvolta manca di eleganza e nobiltà (la “Ballata” è molto cupa e dall’andamento a fisarmonica) e le sue accensioni, timbricamente magnifiche, soprattutto nel registro acuto, restano al di sotto della temperatura di selvaggia passionalità, per esempio nella cabaletta “Ah egli e salvo o gioia immensa”, ma dietro c’è il passo cauto scelto da Chailly per l’Allegro Vivo (lettera L) che non aiuta lo slancio.

La Preziosilla di Vasilisa Berzhanskaya ha una linea di canto che si impone e molto generosa; non ha nella dizione il punto forte e anche le richieste della parte, pur avendone i mezzi, non vengono soddisfatte perchè probabilmente non guidata (esempio il “leggerissimo” richiesto e non attuato del “corbellar”). Ora, ci rendiamo conto che queste sembrano, e probabilmente sono, commenti molto specifici, ma “La Forza del Destino” è un’opera che contiene una quantità di indicazioni sulle linee vocali veramente stupefacente e il carattere dei personaggi emerge precisamente solo nel rispetto assoluto di tali indicazioni. Se questo non succede, anche una voce con bel timbro e buona tecnica, canta le note, ma non coglie l’essenza del carattere che sta interpretando. Nel caso del mezzo soprano russo, per esempio, il carattere leggero e brillante, insinuante e seduttivo viene suggerito scenicamente dalle pose attoriali, ma non dalla vocalità. Dovrebbe essere il contrario.

La compiutezza totale tra vocalità e precisa individuazione tramite questa del carattere del personaggio, anche con note personali da ricordare, è quella del Melitone di Marco Filippo Romano: un’attenzione ai segni espressivi maniacale, una giustezza di accento non meno che perfetta, un sermone e un’aria buffa del IV atto che, seppur condotta dal podio con una scansione ritmica piuttosto posata, trovano una ritmicità tensiva proprio grazie alla precisione di emissione sulla parola (e sull'”Auff” finalmente un timbratissimo si bemolle come prescritto e non un verso o peggio versaccio).

Il Coro del Teatro alla Scala è sempre stato, e probabilmente sempre sarà, l’idiomaticità verdiana, ma l’esattezza, la compattezza, l’escursione dinamica e soprattutto la dizione perfetta che consente la parola scenica sono tali da far pensare a un’attività di concertazione del maestro Malazzi parallela (o a prescindere) da quella del podio.

Orchestra perfetta in ogni sezione e il clarinetto di Fabrizio Meloni nel suo “solo” languido, accarezzato, tristemente morbido è un patrimonio senza raffronti possibili.

La regia di Leo Muscato, aderente e rispettosa della drammaturgia in partitura coglie attorialmente tutti i caratteri (anche quelli nei quali l’attorialità vocale latita) e sull’ultimo tremolo in “estremamente piano” esprime compiutamente la redenzione di Alvaro tramite l’intercessione di Leonora, che assume significato universale di redenzione del mondo. Il Destino ha compiuto il suo percorso, il suo ciclo e tutto può iniziare a rinascere.


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