Guillaume Tell - Teatro alla Scala, Milano, torna dopo 36 Anni!
https://www.teatroallascala.org/it/stagione/2023-2024/opera/guillaume-tell.html

Dopo 36 anni, non proprio pochi, il Tell torna alla Scala con una produzione significativa e anche coraggiosa. Michele Mariotti si conferma interprete trascendentale di Rossini, e soprattutto del Rossini serio, rilasciando la sua migliore e più originale direzione nel teatro milanese e una delle direzioni del “Tell” che può tranquillamente considerarsi già da adesso come una di quelle a cui far riferimento per la sua idiomaticità. Infatti riesce nell’impresa quasi impossibile, di creare un’ architettura musicale di impianto classico, con sonorità orchestrali mai esagerate dinamicamente e sempre allineate tramite linee di forza di massimo equilibrio, dentro la quale scorre una vibrantissima tensione di passione e febbre. I piani sonori inoltre beneficiano di una capacità realizzativa nella dinamica che va dal piano al mezzoforte praticamente inesauribile per cui ad ogni possibile grado di intensità del suono Mariotti è in grado di conferire una molteplicità espressiva: quindi per ogni “p”, fermo restando l’eguale intensità, abbiamo un infinità di caratterizzazione espressiva. Questo avviene sia, immaginiamo, per la grande bravura del maestro Mariotti, ma crediamo anche per la enorme qualità di suono che attualmente, dopo il percorso negli ultimi anni, l’Orchestra del Teatro ha raggiunto, eccezionale in tutte le sezioni.

La compagnia di canto è parsa nel complesso ottima; Pertusi ha affrontato il ruolo con grande drammaticità, ma anche riuscita umanità nel “Sois Immobile”, Korchak è partito alla grande, con un accompagnamento di Mariotti di vibrante eleganza da ricordare, nella scena IV e nel successivo Duo con Guillaume, arrivando alla fine con l’infernale cabaletta del IV atto un po’ “tirato”. E’ una parte che necessita veramente un’attenzione nel dosaggio delle forze durante la recita che portarla a casa tutta a un livello eccezionale è un miracolo. Anche Salome Jicia ha ottime frecce nella sua vocalità elegante e morbida, anche se Sombre Foret appariva non completamente nella sua padronanza, soprattutto nel difficile legato.

In ogni caso un soprano di alto livello, in equilibrio con gli altri membri della compagnia. I comprimari tutti all’altezza della situazione, considerando che in quest’opera il comprimario ha comunque sempre una parte complessa da portare a casa. Ci piace ricordare l’impeccabile Dave Monaco nel ruolo del Pescatore. Il coro sta attraversando un periodo di massimo fulgore nella storia a noi nota del teatro: il suo “Canto tirolese” a cappella è stato un vero ruscello montano codificato in un insieme unico di voce umana, straordinario.

Grande prova del corpo di ballo e degli Allievi dell’Accademia della Scala, contestati da una cafonaglia imbarazzante che non è nemmeno in grado di comprendere che alla seconda coreografi e registi sono a casa loro, mentre sul palco ci sono degli artisti e, nel caso specifico, allievi che stanno compiendo movimenti coreografici di estrema difficoltà, riuscendoci.

La regia di Chiara Muti (che professionalmente ci risulta uscire dalla Scuola Grassi e dall’Accademia Strehler, quindi con solidi titoli) rispetta la drammaturgia dell’opera, pertanto è giusta. Per esempio, non inventa trame alternative, non fa uccidere Tell al posto di Gessler, non ci racconta l’opera dal lettino dello psicanalista, che di solito si ritiene il regista medesimo. Fa largo uso di una simbologia e di suggestioni evocative alla portata di chiunque e se non avesse dichiarato ai quattro venti di rifarsi a “Metropolis” non se ne sarebbe accorto nessuno.

Purtroppo ormai ogni artista viene portato ad esprimersi su ciò che fa: si chiami Mariotti, Chiara Muti, direttori, registi , cantanti…gli artisti facciano, non dicano. Lo capiamo lo stesso.


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