Dal 5 al 30 Giugno 2018
La cosa stranissima di questo allestimento è che sembra programmaticamente voluto in tutto quello che accade davanti ai nostri occhi ed alle nostre orecchie. Come se Harding e Stein avessero deciso di farci ascoltare quanto sia antipoetica e convenzionale la musica di Schubert e quanto assurdamente antiteatrale ed antiemozionale sia la vicenda teatrale. In orchestra sembra di ascoltare un’arida e ferrigna sequenza di note, congelata in una dinamica mono-forte, privata di ogni sfumatura e colore.
Non ci è concessa nemmeno l’alternanza del bianco e del nero, ma solo un gelido composto biancastro, come le vesti dei cavalieri di Carlo Magno. D’altronde ci domandiamo il motivo sotteso all’affidamento di quest’opera a Daniel Harding, che non è passato certo alla fama per l’esecuzione della musica di Schubert. La regia, inesistente se non , talvolta, addirittura caricaturale (non sappiamo quanto volontariamente, ma lo speriamo, perchè abbiamo a cuore la salute mentale di Stein), forse voleva ricalcare gli spettacoli medioevali dei guitti di paese, o dei cantastorie, ma l’esito alla vista era tristerrimo. Il canto ci è parso, tutto sommato, la parte meno colpevole di questo disastro, ma con una direzione e concertazione di tale anaffettività non era possibile fare di meglio.
Parafrasando Hanslick, insomma, queste rappresentazioni sono un pessimo servizio dato da Harding e Stein a Schubert, al pubblico della Scala ed anche a loro stessi.
Saluti.
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