Vediamo che nessuno ha scritto in merito alla proposta scaligera del capolavoro di Korngold al quale abbiamo assistito nell’ultima replica di ieri sera.
Prima, però, è necessario un appunto: La Scala è un teatro costosissimo, dagli organici pletorici e pretenzioso per ciò che riguarda il codice comportamentale del pubblico. Ora noi, abbonati ultradecennali che chiediamo occasionalmente una sostituzione di data pretendiamo che il biglietto sia fornito, quantomeno, nello stesso settore dell’abbonamento, se non in classe superiore se la disponibilità lo consente (d’altronde compriamo gli spettacoli anticipatamente sulla fiducia) e che l’infrastruttura tecnica, ovvero i libretti digitali, siano perfettamente funzionanti in ogni posto. Non dovremmo nemmeno fare la fatica di segnalare una rottura di dispositivo, ma le maschere, decine e decine di maschere medaglionate, o chi per loro, devono garantire il perfetto funzionamento di ogni cosa. Come La Scala è pretenziosa con noi, noi lo siamo con lei. E su questo non si discute.
Andiamo allo spettacolo: Korngold approda con la “Città Morta” alla Scala dopo oltre un secolo. Ci approda dopo Candide, dopo West Side Story, dopo la Vedova Allegra. Meglio tardi che mai, si dirà. Vero, ma l’idea che questo teatro comunica è sempre quella di retroguardia riservista che a distanza di centinaia di chilometri dal fronte, arranca senilmente. Vuoi mettere in scena Korngold per la prima volta nella tua storia? Porta Violanta o il capolavoro “Das Wunder der Heliane” invece della “Tote Stadt” che nel mondo gira da almeno tre decenni. Transeat. Il pubblico milanese ha gradito molto e il successo è stato strepitoso quindi perdoniamo Nonna Speranza Scala che, da buon ultima ha fatto conoscere all’ultimo pubblico del mondo questo capolavoro.
Lasciando da parte la classica edizione discografica diretta da Leinsdorf abbiamo conosciuto “live” “Die Tote Stadt” un decennio fa a Palermo, al Massimo, con la magistrale direzione di Will Humburg e la messa in scena di lacca nera a cura di Pizzi (in parte ritrovammo quella lacca anni dopo alla Scala nella “Vedova Allegra”, con effetto ridotto). Ciò che vediamo a Milano nella messa in scena e regia di Vick è una “Città Morta” senza la protagonista (La città) in cui il tutto si svolge in un ambiente moderno da psicodramma abbagliato da fredde luci con recitazione curatissima di tutti i personaggi. E’ assente ogni ambiguità, ogni veleno, ogni stilla di vapore onirico. Tutto è diretto, chiaro, esplicito. Gilbert, in orchestra, è convinto che “Die Tote Stadt” sia la partitura di “The Sea Hawk” o di “Robin Hood” scritta da un diciottenne, quindi scivola allegramente via sulla superficie della stupefacente tessitura musicale, quasi si trattasse di una colonna sonora cinematografica. Tensioni espressionistiche, che erano la chiave dell’esecuzione di Humburg? Inesistenti. Scarti ritmici e drammatici? Non pervenuti. Florilegi liberty? Piallati in un’esecuzione orchestrale ben diretta, ben suonata, ma patinata come una reclame pubblicitaria di Vogue.
Insomma, Gilbert sembra avere di Korngold la stessa idea della Paramount Pictures. Un po’ poco. Humburg resta un ricordo, Prètre un sogno, Salonen un auspicio. Ci resta il buon Gilbert.
La lodatissima, iperincensatissima, a dire di molti (non tutti) sensualissima Asmik Grigorian ha temperamento da vendere, grande agilità in scena, una voce drammatica e funzionale ma con pochi colori (del resto Gilbert non chiede colori e Vick si ferma al bianco accecante, quindi ci sta). Vogt con il suo timbro virginale e chiaro viene a capo della lunga parte di Paul con originalità e perfetta adesione allo stilema scenico e registico. Werba consegna con Pierrot da ricordare, complice un Gilbert che inneva di zucchero filato holliwoodiano il momento topico.
Successo straordinario per tutti e ovazioni per Gregorian.
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