Mentre tra il 1925 e il 1928 Strauss e Hofmannsthal lavoravano a “Elena Egiziana”, un inventore britannico, John L. Baird trasmetteva per la prima volta un’immagine televisiva a distanza, precisamente quella di un fattorino che lavorava per lui, William Taynton, che fu quindi il primo uomo a comparire in TV.
Da queste iniziali 28 linee formanti l’immagine, l’irruzione della vista di luoghi che potevano essere lontani nel tempo e nello spazio, ma anche fantastici e irreali non appartenevano più alla sfera immaginativa personale, ma potevano entrare nella dimensione domestica di chiunque.
Come la radio portò i suoni, la televisione accompagnò le immagini tanto che i primi prototipi venivano chiamati “radiovisori”.
Il regista di questa bellissima produzione dell’opera straussiana alla Scala, Sven-Eric Bechtolf nella messa in scena pare aver colto questa coincidenza temporale collocando al centro del palcoscenico in vista frontale un grande manufatto rappresentante un apparecchio radiofonico in stile art-nouveau con al centro la griglia dell’altoparlante che diventa sia schermo su cui scorrono le immagini dei ricordi di guerra di Menelao (la Grande Guerra/Guerra di Troia nel caso specifico), sia porta di ingresso dell’abitazione della Conchiglia Onnisciente (il radiovisore tutto conosce e tutto riferisce essendo sintonizzato su tutto il mondo), sia luogo metateatrale da dove irrompe la dimensione del “fantastico”: elfi, maghe e predoni esotici generati dalle valvole termoioniche custodite al suo interno. Così la radio/ conchiglia trasmette sia gli incubi del passato a Menelao, guerriero tornato a casa con molti problemi psichici, come capita a tanti reduci, che li combatte, ma trasmette e genera anche l’immagine del predone da cui Elena vorrebbe essere sedotta, come capita a chi si invaghisce del protagonista di un “serial”. È questo per noi un bel modo di fare teatro, che costringe chi guarda lo spettacolo a riflettere senza disperdersi in millantamila gesti e simboli senza per questo avere l’omogeneizzato-pappapronta da ingurgitare.
La parte musicale è allo stesso livello.
Welser-Möst, direttore per cui non facciamo pazzie, si rivela quello che è sempre stato, completamente a proprio agio nella verbosa e complessa tessitura straussiana che restituisce con perfetto ordine, fluidità e varietà dinamiche. Pur non possedendo la visionarietà, lo scatto, la poesia, il calore e, forse, il senso del suono proprio dei grandi straussiani, è però un interprete che a Richard Strauss-direttore sarebbe piaciuto molto nella sua sobrietà, nel suo voler servire la musica con estrema attenzione al dettaglio sonoro, nell’evitare ogni protagonismo e, in fin dei conti, avvicinandosi a quell’ideale del compositore nel voler sentir diretta la sua musica “come se fosse Mozart”. Inoltre è direttore in grado di dare estrema sicurezza all’orchestra che è apparsa impeccabile, anche e soprattutto nelle terribili parti degli ottoni (Strauss doveva nutrire verso i corni un amore/odio , forse con il padre c’era qualcosa di irrisolto, visto quella che combina a costoro nel finale dell’opera) con una prima tromba memorabile nei suoi volteggi in sopracuto del II atto. Una sicurezza che emerge anche nel rapporto con il palcoscenico , con i cantanti mai coperti e anzi messi in condizione di stagliare la propria linea in maniera chiara e definita.
La compagnia di canto, ottima, ha livello di eccellenza sia nella protagonista, Ricarda Merbeth, che possiede tutte le note della parte e certamente la scansione drammatica della frase. Ha timbro lucente, ma non propriamente morbido. Rende molto bene la caratteristica di sicurezza di sé e la regalità di Elena,resta un po’ sottotraccia la dimensione sensuale, complice anche il classico vibrato della scuola tedesca di canto. Ancora meglio Andreas Schager nella vertiginosa parte di Menelao (ai tenori Strauss riserva lo stesso odio dedicato ai cornisti, solo che a questi ultimi dedica insieme amore filiale), squilli sicuri e sonorissimi, centri e gravi sonori e pieni, un tenore drammatico con tutti i crismi che ascolteremmo volentieri in Siegfried.
Eva Mei risolve con scaltrezza qualche difficoltà nella parte della Maga Aithra, mentre Thomas Hampson, servito magistralmente da Welser-Möst, dà ad Altair una dimensione liederistica che ben si accompagna all’idea registica di considerarlo, sostanzialmente, un prodotto dell’immaginazione.
È incredibile che quest’opera dopo quasi cent’anni non sia mai stata rappresentata alla Scala e, se alla fine, la sovrintendenza Pereira è stata artisticamente contrassegnata da moltissime ombre, questa “Elena Egizia” è una delle poche luci, però molto luminosa.
Un bel congedo.
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